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9 maggio 1978: il filo invisibile tra la morte di Peppino Impastato e quella di Aldo Moro

Giovanna Paolino 9 Maggio 2026
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Il 9 maggio 1978 è una delle date più drammatiche e simboliche della storia della Repubblica italiana. In quel giorno il Paese si fermò davanti a due tragedie che, pur avendo origini diverse, raccontavano la stessa Italia attraversata dalla violenza, dalla paura e dalla crisi delle istituzioni.
A Roma veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato 55 giorni prima dalle Brigate Rosse. Nello stesso giorno, in Sicilia, veniva assassinato Peppino Impastato, giovane militante antimafia che da anni denunciava pubblicamente il potere di Cosa Nostra.
Due morti diverse. Due nemici diversi. Ma un’unica fotografia dell’Italia di allora.
L’Italia del 1978: terrorismo, mafia e paura
Per comprendere il legame tra le due vicende bisogna tornare al clima di quegli anni. La fine degli anni Settanta rappresentò uno dei momenti più tesi della storia repubblicana: attentati, terrorismo politico, conflitti sociali, instabilità economica e crescita del potere mafioso convivevano in un Paese profondamente diviso.
Da una parte c’era il terrorismo delle Brigate Rosse, che voleva colpire lo Stato attraverso la lotta armata. Dall’altra, la mafia consolidava il proprio controllo economico e territoriale, soprattutto in Sicilia, spesso approfittando delle debolezze delle istituzioni.
In questo contesto, Aldo Moro rappresentava il tentativo di trovare un nuovo equilibrio politico. Moro stava lavorando al cosiddetto “compromesso storico”, un’apertura verso il Partito Comunista Italiano per garantire maggiore stabilità democratica al Paese. Proprio per il valore simbolico e politico di quel progetto, le Brigate Rosse decisero di colpirlo.
Il 16 marzo 1978 Moro venne rapito in via Fani, a Roma, in un agguato in cui morirono i cinque uomini della sua scorta. Dopo 55 giorni di prigionia, il suo corpo fu ritrovato il 9 maggio in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, luogo scelto non casualmente perché situato tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista Italiano.
Peppino Impastato: la voce che sfidava la mafia
Nello stesso giorno, a centinaia di chilometri di distanza, la mafia eliminava Peppino Impastato.
Impastato era nato a Cinisi, in una famiglia legata agli ambienti mafiosi, ma aveva scelto di rompere completamente con quel mondo. Attraverso l’attività politica, le manifestazioni e soprattutto tramite Radio Aut, denunciava apertamente i boss del territorio, prendendo di mira in particolare Gaetano Badalamenti.
La sua era una denuncia nuova per l’epoca: diretta, ironica, pubblica. Peppino non si limitava a criticare la mafia come fenomeno astratto; faceva nomi, raccontava affari, esponeva connessioni tra criminalità, politica ed economia locale. Questo lo rese estremamente pericoloso agli occhi di Cosa Nostra.
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 venne assassinato. Il suo corpo fu fatto esplodere sui binari della ferrovia Palermo-Trapani. La scena del crimine fu costruita per simulare un attentato terroristico fallito o un suicidio.
Il caso Moro oscurò il delitto Impastato
È proprio qui che emerge il legame storico più forte tra le due morti.
Il ritrovamento del corpo di Moro sconvolse l’intero Paese. Giornali, televisioni, istituzioni e opinione pubblica concentrarono ogni attenzione sul dramma nazionale del presidente della Democrazia Cristiana. La vicenda di Impastato rimase quasi invisibile nel dibattito pubblico.
Questo oscuramento ebbe conseguenze concrete. Nelle prime ore dopo la morte di Peppino, molti organi investigativi accreditarono la versione secondo cui il giovane sarebbe morto mentre preparava un attentato. Alcuni giornali lo descrissero addirittura come estremista o terrorista.
L’assenza di attenzione nazionale facilitò depistaggi e ritardi nelle indagini. Solo grazie all’impegno della famiglia, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione si continuò a chiedere verità e giustizia.
Anni dopo venne finalmente riconosciuta la matrice mafiosa dell’omicidio. Gaetano Badalamenti fu condannato come mandante del delitto.
Due simboli della crisi della Repubblica
Le morti di Moro e Impastato rappresentano due facce della stessa crisi italiana degli anni Settanta.
Moro incarnava lo Stato democratico sotto attacco da parte del terrorismo politico. Impastato rappresentava invece la società civile che cercava di opporsi al potere mafioso in territori dove lo Stato era spesso assente o ambiguo.
Entrambi furono uccisi perché considerati pericolosi:
Moro per il suo progetto politico;
Impastato per la sua libertà di parola e la sua denuncia pubblica della mafia.
Per questo il 9 maggio è diventato una data della memoria collettiva italiana. Non ricorda soltanto due omicidi eccellenti, ma racconta un’intera stagione storica segnata dalla violenza contro chi tentava di cambiare il Paese.
L’eredità del 9 maggio
Oggi Peppino Impastato è considerato uno dei simboli più importanti della lotta alla mafia, soprattutto per le nuove generazioni. La sua storia è stata resa popolare anche dal film I cento passi, che ha mostrato il coraggio di un giovane capace di sfidare il sistema mafioso dall’interno del proprio territorio.
Anche la figura di Aldo Moro continua a rappresentare uno dei nodi più complessi della storia italiana contemporanea, tra terrorismo, segreti di Stato e tensioni internazionali.
A distanza di decenni, il 9 maggio resta una giornata che obbliga l’Italia a guardare contemporaneamente due ferite: quella inflitta dal terrorismo e quella provocata dalla mafia. Due storie parallele che, nello stesso giorno, mostrarono tutta la fragilità della democrazia italiana.

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