Può un territorio già fragile diventare il simbolo di una politica nazionale? È questa la domanda che attraversa il dibattito sulla costruzione di un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) a Castel Volturno. Qui, dove da anni si intrecciano marginalità sociale, migrazione e tentativi di integrazione, la scelta di realizzare una struttura di detenzione amministrativa non è solo una decisione tecnica, ma un atto profondamente politico e simbolico.
Il progetto, promosso dal Ministero dell’Interno, ha acceso uno scontro che va oltre i confini locali: da una parte le esigenze di controllo e sicurezza, dall’altra la difesa dei diritti umani e la richiesta di investimenti per il rilancio del territorio.
Castel Volturno rappresenta da anni una realtà complessa nel panorama italiano. Il territorio è caratterizzato da forti criticità socio-economiche: abusivismo edilizio, carenze nei servizi pubblici, disoccupazione diffusa e una significativa presenza di cittadini stranieri, spesso impiegati in lavori precari o informali.
Eppure, accanto a queste difficoltà, esiste un tessuto sociale vivo fatto di associazioni, parrocchie e cittadini che lavorano quotidianamente per costruire percorsi di inclusione. È proprio questo equilibrio fragile che, secondo molti, rischia di essere compromesso dalla costruzione del CPR.
I CPR sono strutture di detenzione amministrativa destinate a cittadini stranieri privi di permesso di soggiorno, in attesa di rimpatrio. Tuttavia, il loro funzionamento è da tempo oggetto di critiche.
Le persone trattenute non hanno commesso reati penali, eppure vengono private della libertà personale. Inoltre, l’efficacia del sistema è spesso messa in discussione: non sempre il rimpatrio viene effettivamente eseguito, rendendo il trattenimento una misura percepita come inefficace e, talvolta, ingiusta.
In questo contesto si inserisce la voce del vescovo di Capua e Caserta, Pietro Lagnese, tra le più autorevoli e critiche.
Durante la conferenza stampa del 27 aprile 2026, il vescovo ha espresso parole molto dure:
«È un’offesa per questo territorio, che ha bisogno di riscatto e non di essere ancora una volta marchiato come luogo di marginalità».
Una posizione che va oltre la denuncia locale e tocca un tema più ampio:
«Non possiamo pensare di risolvere problemi complessi rinchiudendo le persone. Queste strutture non generano sicurezza, ma rischiano di aumentare tensioni e disuguaglianze».
Al centro della sua riflessione vi è la dignità della persona:
«Qui non parliamo di persone che hanno commesso reati, ma di uomini e donne che vivono una condizione amministrativa irregolare».
E infine, una proposta alternativa chiara:
«Le risorse vadano nella direzione dell’inclusione, non della detenzione».
Chi sostiene la posizione del vescovo
La posizione di Pietro Lagnese è sostenuta da un fronte ampio.
La Chiesa campana si è espressa in modo compatto, con il sostegno anche del cardinale Domenico Battaglia. Accanto ad essa si collocano associazioni, Caritas, realtà del terzo settore e una parte significativa della popolazione locale.
Anche diversi esponenti politici e istituzionali hanno espresso perplessità, segno che il dibattito attraversa diversi livelli della società.
«Questo luogo può diventare un laboratorio di integrazione e convivenza».
Con queste parole, il vescovo propone una visione alternativa: non un territorio da controllare, ma da valorizzare. La richiesta è chiara: investire in lavoro, servizi e politiche sociali.
Non è stata ancora annunciata una nuova iniziativa ufficiale, ma la mobilitazione è destinata a continuare. L’approccio scelto punta a mantenere alta l’attenzione attraverso incontri, assemblee e iniziative diffuse, coinvolgendo sempre più cittadini e realtà locali.
Conclusione
Il caso del CPR di Castel Volturno non è solo una questione locale: è lo specchio di una scelta più grande che riguarda l’intero Paese.
Da una parte c’è l’idea che la sicurezza passi attraverso il controllo e la detenzione; dall’altra, la convinzione che non possa esistere vera sicurezza senza giustizia sociale, inclusione e rispetto della dignità umana.
La voce del vescovo Pietro Lagnese, insieme a quella di associazioni e cittadini, pone una domanda che resta aperta e decisiva: che tipo di società vogliamo costruire?
Una società che isola e trattiene, o una che integra e offre opportunità?
La risposta a questa domanda non riguarda solo Castel Volturno, ma il futuro stesso della convivenza civile in Italia.
