Università, lavoro e stipendi spingono molti giovani del Mezzogiorno verso il Centro-Nord e l’estero. Anche Caserta deve fare i conti con una generazione che spesso costruisce il proprio futuro lontano da casa.
Prima si parte per l’università. Poi arriva la laurea. E spesso, invece di tornare a Caserta, si cerca lavoro altrove. È una storia che molte famiglie casertane conoscono bene. Il figlio o la figlia lascia la provincia a 19-20 anni per studiare, si trasferisce a Roma, Milano, Bologna, Torino o in un’altra città universitaria. Dopo la laurea arriva il primo contratto, magari un tirocinio. E quella che doveva essere una partenza temporanea diventa una scelta definitiva. Non è semplice stabilire quanti siano esattamente i casertani che ogni anno lasciano la provincia, perché i dati disponibili non fotografano sempre il fenomeno con questo livello di dettaglio e distinguono tra trasferimenti per studio, lavoro ed espatri. Ma il quadro nazionale e meridionale racconta una tendenza molto forte.
134mila studenti lasciano ogni anno il Sud
Secondo il focus Censis-Confcooperative “Sud, la grande fuga”, ogni anno circa 134mila studenti del Mezzogiorno scelgono università del Centro-Nord. Il fenomeno riguarda quindi anche le famiglie campane e casertane che vedono partire i propri figli già dopo il diploma. E il problema non finisce con l’università. Nel 2022 circa 23mila laureati del Sud hanno scelto di lavorare nelle regioni del Centro-Nord, mentre nel 2024 altri 13mila laureati meridionali hanno lasciato l’Italia. Complessivamente, lo studio parla di 36mila giovani laureati che hanno scelto un’altra area del Paese o l’estero. Sono numeri che non possono essere attribuiti direttamente alla sola provincia di Caserta, ma che descrivono il contesto nel quale si muovono anche i giovani casertani.
Il viaggio comincia spesso a 18 anni
La vera particolarità della fuga dei giovani è che non comincia necessariamente con un trasferimento all’estero. Spesso comincia molto prima. Un ragazzo casertano sceglie un’università fuori regione. La famiglia sostiene affitto, trasporti e spese quotidiane. Dopo alcuni anni quel giovane costruisce una rete di amicizie e di contatti professionali lontano da casa. Quando arriva il momento di cercare lavoro, tornare diventa più difficile. E così una partenza per studiare può trasformarsi, quasi senza accorgersene, in una partenza definitiva. Non sono soltanto “cervelli”. Parlare esclusivamente di “fuga dei cervelli” rischia però di semplificare il problema. A partire non sono soltanto i laureati. Ci sono diplomati, tecnici, giovani professionisti, lavoratori specializzati e ragazzi che cercano semplicemente un primo impiego con uno stipendio sufficiente per costruire una vita autonoma. La questione, quindi, non riguarda soltanto la perdita di competenze altamente qualificate. Riguarda la perdita di giovani. Ed è questo l’aspetto più delicato per una provincia come Caserta.
Che cosa perde Caserta quando un giovane parte?
Perdere un giovane significa perdere molto più di un residente. Significa perdere un potenziale lavoratore, un futuro imprenditore, un professionista, un consumatore, una possibile famiglia che potrebbe vivere sul territorio. Significa anche indebolire il ricambio generazionale. Se un ragazzo parte a 20 anni e non torna più, Caserta non perde soltanto quella persona: perde anche le competenze e le idee che quella persona avrebbe potuto portare nel territorio. Il fenomeno ha quindi una dimensione economica, ma anche sociale e demografica. La nuova parola: “restanza”. Ed è qui che entra in gioco una parola sempre più importante: restanza. Non significa convincere i giovani a restare semplicemente perché sono nati qui. Significa creare le condizioni perché restare possa essere una scelta conveniente e non una rinuncia. Un giovane dovrebbe poter dire: “A Caserta posso costruire il mio futuro.” Per arrivare a questo servono aziende innovative, stipendi adeguati, università collegate al mondo del lavoro, spazi per le startup, infrastrutture, servizi e una vera politica per i giovani. La domanda che Caserta deve porsi. La questione, alla fine, non è soltanto quanti casertani partono. La domanda più importante è: Quanti di quelli che partono tornano? E soprattutto: Quanti giovani potrebbero restare se trovassero qui le opportunità che oggi cercano altrove?
Il futuro di Caserta potrebbe dipendere proprio dalla risposta a queste domande.
Perché una provincia può perdere abitanti lentamente senza accorgersene. Prima partono gli studenti. Poi i laureati. Poi i lavoratori. E un giorno ci si accorge che intere generazioni hanno costruito la propria vita altrove.
La sfida della prossima Caserta, allora, non dovrebbe essere soltanto fermare la fuga.
Dovrebbe essere rendere Caserta abbastanza attrattiva da far tornare chi è partito e abbastanza competitiva da convincere chi sta per partire a restare.
La vera innovazione, forse, comincia proprio da qui: trasformare la “fuga dei cervelli” nella “restanza dei talenti”.
