La violenza contro le donne non nasce dal nulla, né può essere ridotta a un raptus o a un momento di follia passeggera; essa è, piuttosto, l’esito tragico di una struttura culturale radicata che dobbiamo imparare a riconoscere fin dai primi anni di vita. Come sottolinea la prof.ssa Lia Pannitti e ricorda l’Osservatorio Genitori, il problema ha radici profonde in una cultura che, sottovoce ma con estrema efficacia, continua a trasmettere messaggi distorti: l’idea che l’uomo debba incarnare una forza priva di fragilità, che la donna debba essere intrinsecamente accogliente e compiacente, e che l’amore si misuri attraverso il possesso e la gelosia, erroneamente interpretata come una prova d’affetto.
Questi modelli non risiedono solo nei testi scolastici, ma si annidano nelle frasi che pronunciamo senza riflettere, nei giochi dei bambini e negli esempi che essi assorbono quotidianamente. Se la radice è culturale, la risposta non può limitarsi a un intervento meramente emergenziale. L’Osservatorio Genitori sostiene che non basti agire a valle, dopo che il danno è stato compiuto: è necessario intervenire alla radice, promuovendo un’educazione all’affettività che inizi fin dalla primissima infanzia. Significa insegnare a un bambino di 3 anni che il proprio corpo è un territorio inviolabile, a un bambino di 6 anni che il valore di un “no” è assoluto e deve essere sempre rispettato, e a uno di 10 anni che la rabbia può e deve essere gestita attraverso la parola, senza ricorrere al male fisico.
Tale percorso, tuttavia, non deve sfociare nella colpevolizzazione dei genitori. Come evidenzia ancora l’Osservatorio Genitori, nessuno ha mai fornito alle famiglie gli strumenti per essere genitori consapevoli, né ci ha insegnato a decostruire gli stereotipi di genere che noi stessi abbiamo ereditato. Per questo motivo, il supporto alla genitorialità rappresenta una forma cruciale di prevenzione: è un impegno quotidiano che deve radicarsi nelle scuole, nelle famiglie e nelle comunità, lì dove si forma l’identità di ogni persona.
Se questo è il terreno educativo, quando ci si sposta sul piano della gestione dell’emergenza e dei “Codici Rossi”, l’analisi clinica della Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori sposta il fuoco sui limiti strutturali e operativi del sistema. Il dibattito attuale, troppo spesso vittima della retorica dei convegni, rischia di ignorare i veri nodi irrisolti: il primo fallimento operativo avviene proprio nel momento in cui una donna decide di chiedere aiuto. Spesso, le forze dell’ordine e gli operatori incontrano una drammatica carenza di spazi fisici e di protocolli specifici. Soprattutto, la vittima – spesso con figli minori a carico – subisce uno sradicamento forzato dal proprio contesto, perdendo il lavoro, la rete amicale e i punti di riferimento scolastici dei bambini. Per la donna, questo spostamento si configura come una “punizione logistica” che, anziché proteggerla, la spinge a fare un passo indietro per paura di perdere tutto. La protezione, al contrario, deve essere locale, capillare e capace di tutelare la vittima senza strapparla alla sua quotidianità.
A ciò si aggiunge un divario comunicativo e burocratico tra psicologi clinici e forensi, forze dell’ordine, sanitari e magistratura. Le informazioni raccolte nei colloqui protetti faticano a tradursi in azioni concrete a causa di una frammentazione istituzionale che rende difficile intercettare tempestivamente i segnali d’allarme. Senza un tavolo di coordinamento permanente, multidisciplinare e fluido, il rischio di un intervento inefficace rimane altissimo.
Infine, la Dott.ssa Atzori smentisce un pericoloso errore di prospettiva: non dobbiamo attribuire la violenza alle nuove generazioni, quasi fosse una deriva dei giovani. I dati clinici mostrano che i responsabili dei femminicidi sono perlopiù uomini adulti, dimostrando che la cultura del possesso è anagraficamente trasversale. Paradossalmente, gli adolescenti di oggi — proprio grazie alla sensibilizzazione scolastica — mostrano una consapevolezza maggiore rispetto agli adulti. Continuare a puntare tutto sull’educazione dei giovani serve solo ad assolvere le istituzioni dalle proprie responsabilità. È tempo di esigere investimenti strutturali sulle strutture, di rendere i protocolli interistituzionali fluidi e di fornire agli operatori strumenti concreti per proteggere la vita delle donne e dei loro figli prima che sia troppo tardi.
FONTE: OSSERVATORIO GENITORI
