Nella foto allegata appare in nostro burbero prelato, insieme ad alcuni abitanti di San Leucio, nel 1879.
L’8 Giugno 1874, il sindaco di San Leucio in una breve e concisa missiva, con tanto di protocollo, chiese al Parroco di San Leucio, Carlo De Maria, come mai la sera precedente in Chiesa “dopo il canto del Te Deum, non venne letta la solita prece per la conservazione della vita e corona della famiglia Regnante”. Quella di Vittorio Emanuele II di Savoia, tanto per intenderci. Una dimenticanza considerata così grave da indurre il primo cittadino a chiedere spiegazioni ufficiali. Il prete rispose per iscritto che, non essendo il sindaco presente all’accaduto, era stato informato male da qualche “tristo del Municipio che vorrebbe farmi vittima delle sue infernali macchinazioni. Forse non fu inteso solo da chi pochissimo sa l’italiano e niente affatto il latino”. In realtà De Maria, a distanza di 15 anni dall’Unità d’Italia, coltivava una profonda avversione nei confronti dei Savoia, da lui considerati: “l’idra velenosa della Rivoluzione giunta sia nel 1860 a sbalzare Francesco II dal Trono delle Due Sicilie”, come ebbe a dichiarare qualche anno più tardi, nel 1881. La ragione di questa avversione era dovuta anche alla revoca subita dal parroco di San Leucio, dopo l’Unità d’Italia, della sua giurisdizione sulla Cappella Palatina del Palazzo Reale di Caserta. Nel periodo borbonico, infatti, questa rientrava nelle competenze del ministro di culto sanleuciano.
(Fonte: corrispondenza della Parrocchia di San Ferdinando, San Leucio)
