Aveva soltanto 23 anni. Un’età in cui si costruiscono sogni, si immagina il futuro, si fanno progetti. Francesco Dergano, invece, quel futuro non avrà la possibilità di viverlo. È morto all’ospedale Cardarelli di Napoli dopo il terribile incidente sul lavoro che lo aveva visto coinvolto in un cantiere di Trentola Ducenta. Era partito per lavorare. Come migliaia di ragazzi ogni mattina. Era il suo dovere, il suo impegno, il suo modo di costruirsi una vita. Poi qualcosa è andato storto. Un muletto, lo schiacciamento, la corsa disperata in eliambulanza, la speranza aggrappata alle mani dei medici. Ma alla fine la battaglia più importante è stata persaFrancesco lavorava per una ditta specializzata nella manutenzione di carrelli elevatori. Un giovane operaio, uno dei tanti che ogni giorno affrontano cantieri, officine e stabilimenti senza chiedere altro che tornare a casa la sera. Stavolta, però, quella porta non si riaprirà. La notizia della sua morte si è diffusa rapidamente tra Marcianise, Capodrise e l’intera provincia di Caserta. Dolore, incredulità, rabbia. Sentimenti che si ripetono ogni volta che un lavoratore perde la vita. Ogni volta si parla di tragedia. Ogni volta si promettono controlli, verifiche, accertamenti. Ogni volta si aspetta che la magistratura faccia luce sulle responsabilità. Ma c’è una domanda che continua a tornare, ostinata e dolorosa: quante vite ancora dovranno essere spezzate perché la sicurezza sul lavoro diventi davvero una priorità assoluta? A dare il triste annuncio è stato don Giuseppe Di Bernardo, che ha affidato il suo dolore a poche parole: «Francesco è un angelo in cielo». Una frase semplice che racchiude il dramma di una famiglia devastata e di una comunità che oggi si stringe nel silenzio. Dietro i numeri delle statistiche ci sono volti, storie e famiglie. C’è un ragazzo di 23 anni che non potrà più abbracciare i suoi genitori, incontrare gli amici, progettare il domani. C’è una sedia che resterà vuota. E c’è un’altra morte sul lavoro che scuote le coscienze e che non può essere archiviata come una semplice fatalità. Perché quando un giovane esce di casa per guadagnarsi da vivere e non fa ritorno, a perdere non è soltanto una famiglia. È l’intera società.
