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Il Ritmo dell’Anima tra Devozione, Soul e Radici

Redazione 30 Giugno 2026
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Nel backstage prima del concerto di Fratta Maggiore: un viaggio intimo tra il dolore superato grazie alla fede e alle figlie, l’ossessione per il suono e i retroscena con i giganti della musica mondiale.
Il camerino è un viavai di tecnici, musicisti e vibrazioni elettriche. Fuori, la piazza di Fratta Maggiore sta letteralmente esplodendo di persone, un muro umano che aspetta solo che i Bottari inizino a picchiare sulle botti. In mezzo a questo caos calmo c’è lui, il Maestro. Parlare con lui è un’emozione che ti vibra dentro, qualcosa di incredibilmente forte: ti stringe la mano con la foga e la verità di chi ha spaccato il mondo con la propria arte, ma ti accoglie con gli occhi dolci di un padre. Non c’è nessuna distanza, nessuna posa da rockstar, solo una purezza disarmante. E mentre si siede, magari giocherellando con un anello o sistemandosi gli occhiali scuri, comincia a raccontare con quella voce profonda, leggermente roca, che sembra arrivare direttamente dal ventre della terra. Spiega che la gente lo vede sul palco, sente i tamburi dei Bottari, il sassofono che urla, e pensa che la vita di un artista sia tutta una festa; ma la musica non è un vestito da sera, è una ferita che cerchi di rimarginare con il suono.
La sua storia inizia a Marianella, una periferia nord di Napoli che per lui è tutto: la sua terra, un quartiere popolare ma ricco di un misticismo profondo legato alla figura di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Lì la sua vocazione è nata a nove anni, partendo da cose semplici, dall’amore immenso per i suoi genitori e guardando suo fratello Rino suonare con il suo gruppo, gli Yakei. Quell’unione familiare e quella spinta viscerale lo hanno portato poi a diplomarsi in flauto al Conservatorio di San Pietro a Majella senza mai dimenticare le origini, anche quando la vita privata ha conosciuto il buio più pesto.
Quando nel 2002 è venuta a mancare sua moglie Maria a causa di un tumore, racconta di essere morto con lei, guardandosi allo specchio e chiedendosi come potesse salire su un palco a cantare la vita se la vita gli aveva tolto la metà, senza avere più voglia di niente e desiderando solo chiudere la porta e far calare il silenzio. Ma poi si è girato e ha visto le sue figlie Connie e Angela, allora due ragazzine che avevano bisogno di una madre e avevano solo lui, un uomo smarrito. In quel momento ha capito che non poteva arrendersi: è diventato un padre “mammo” che ha imparato a fare tutto per esserci a ogni loro respiro, convinto che siano state loro a salvare lui e non viceversa, supportato dalla preghiera e dal rosario stretto tra le mani nelle notti più lunghe per trovare un filo di luce nell’alto. La fede gli ha dato la terra sotto i piedi quando tutto tremava.
Fa una pausa, sorride, e l’atmosfera si fa più leggera, densa di quella saggezza antica che mette anche nei suoi libri. Confessa che la sofferenza gli ha insegnato a non essere schiavo del successo e a concepire l’arte come un ponte inclusivo tra culture diverse, unendo il sacro e il profano senza mai farsi fagocitare dal mondo delle luci finte. Ha suonato con i più grandi del mondo, da James Brown a Tina Turner, fino all’amico Pino Daniele, eppure è convinto che se perdi il contatto con la terra e dimentichi il profumo della tua periferia, la musica diventa vuota. Lui invece ha scelto di essere un artigiano dell’anima. Oggi, a questa età, quando guarda i suoi album e i suoi libri, non vede una carriera ma un viaggio fatto di cadute dolorose, rinascite faticose e tantissimo amore, fatto solo per essere donato agli altri. La musica vera non si vende, si condivide. La contaminazione è la vera forza: partire da Napoli come casa madre per aprirsi all’altro e fondersi con ritmi differenti in cui il tempo non è un semplice dato metronomico, ma una forma di devozione spirituale e di resistenza sociale per gli ultimi della terra.
Il suo amore immenso per la musica si è sempre intrecciato con la semplicità della vita quotidiana e l’assoluta devozione per i propri cari. Gestire due figlie adolescenti ha richiesto un amore immenso e la priorità assoluta data agli affetti: alle sette di sera bisognava essere a tavola insieme, a condividere il pane e la vita, mettendo da parte tutto il resto del mondo. Essere “pazzo d’amore” per le proprie figlie è stata la scelta migliore, e oggi quel percorso lo ripaga nel vedere due donne spettacolari, la sua composizione più riuscita, ben oltre i due David di Donatello vinti per la colonna sonora del film Indivisibili.
Tutta questa produzione si divide idealmente in grandi stagioni creative, a partire dall’esordio pop-soul e funk degli anni ’80 con l’album omonimo Avitabile del 1982 e pezzi storici come Soul Express e la dedica a Mario Musella degli Showmen in Dolce sweet “M”, passando per Meglio Soul nel 1983, S.O.S. Brothers e Alta Tensione. Nei primi anni 2000 è arrivata la svolta etnica e all’incontro ancestrale con i Bottari di Portico in Salvamm’o munno e Festa Regna, dove fusti di legno, botti, tini e falci percuotono la terra dando vita a una trance ritmica e a una preghiera contadina che unisce la terra al cielo. Fino a giungere alla trilogia del riscatto e della maturità lirica con Lotto Infinito nel 2016 e Il treno dell’anima nel 2022. Proprio il titolo Lotto Infinito si ispira al “Lotto Zero” di Ponticelli per simboleggiare la volontà di trasformare uno zero, un punto di totale emarginazione, in uno spazio infinito di speranza e creatività attraverso pezzi simbolo come Don Salvatò e Tutt’egual song ‘e creature, scritti per gridare l’uguaglianza di tutti i bambini.
Questa stessa urgenza di preservare la memoria storica e antropologica lo ha spinto verso la scrittura con testi saggistici e divulgativi come La storia della musica su un solo foglio… del 2019, Antichi proverbi napoletani nel 2022 con la sua massima “Fa’ bene e scordate, fa’ male e penzace”, e il recente Mia cara Napoli del 2025. Libri scritti non per posare da intellettuale da salotto, ma per la gente comune, dimostrando che il dialetto napoletano non è folklore vecchio ma una vera lingua ritmica, un mood sonoro dotato di fisicità e spiritualità uniche capace di lasciare una traccia ai ragazzi delle periferie di oggi. Perché tutti sappiano che si può partire dall’amore di una casa a Marianella, dai sacrifici dei genitori e dall’esempio di un fratello, e arrivare fino a New York senza mai rinnegare un solo sampietrino del proprio quartiere.
Proprio in quel momento bussano con decisione alla porta del camerino segnalando che è ora di andare, mentre il boato della piazza di Fratta Maggiore si fa assordante. L’emozione nella stanza è tangibile, fortissima. Enzo si alza con calma, prende il suo sassofono e regala un ultimo sguardo prima di avviarsi verso le scalette del palco, definendosi semplicemente un uomo grato a Dio ogni giorno per la musica e per l’amore della sua famiglia. Un gigante umano che continua a cercare il suono del mondo partendo sempre dalle cose semplici, dal suo piccolo quartiere di Marianella. Un attimo dopo, le luci si spengono e si accende la sua musica totale.

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