Tra progetto di riqualificazione e timori dei residenti si riapre una ferita mai davvero rimarginata
Una parola che sulla carta richiama il recupero ambientale, ma che per una parte della cittadinanza evoca invece il rischio di una nuova stagione di attività estrattive. È intorno al termine “riqualificazione” che si è riacceso il dibattito sulla Cava Iuliano, nell’area di Monte San Clemente, alle porte di Caserta, dove la convocazione di una Conferenza dei Servizi regionale ha riportato sotto i riflettori una vicenda che da decenni accompagna il rapporto difficile tra sviluppo industriale, tutela del paesaggio e salute pubblica.
A rilanciare l’allarme è il movimento Free Caserta, che in un comunicato invita cittadini, associazioni e comitati a mobilitarsi contro il progetto, sostenendo che dietro l’intervento di recupero ambientale possano celarsi nuove operazioni di scavo e una consistente movimentazione di materiali. Il documento parla del rischio di un continuo transito di mezzi pesanti, dell’aumento di polveri e rumore e della vicinanza dell’area a case, scuole, al nascente Policlinico e all’Acquedotto Carolino, patrimonio UNESCO. La presa di posizione utilizza toni forti, ma riflette una preoccupazione che non nasce oggi. La questione delle cave dei Monti Tifatini rappresenta infatti uno dei capitoli più controversi della storia urbanistica e ambientale del territorio casertano.
Per comprendere il clima di queste settimane è necessario guardare indietro. Per decenni il versante dei Tifatini è stato interessato da un’intensa attività estrattiva che ha modificato profondamente il profilo della montagna. Le cave, aperte in epoche diverse per l’estrazione di calcare destinato principalmente all’industria del cemento, hanno lasciato sul territorio vaste pareti rocciose artificiali e grandi vuoti che ancora oggi caratterizzano lo skyline alle spalle della città. Lo stesso Piano Urbanistico Comunale di Caserta descrive queste aree come uno dei principali problemi ambientali del territorio, ricordando come l’attività estrattiva abbia trasformato il paesaggio dei Tifatini e individuando le cave dismesse, tra cui la Iuliano, come “aree negate” dotate però di potenzialità ambientali da recuperare. Negli anni la Regione Campania ha disciplinato gli interventi sulle cave attraverso il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), che distingue le attività di coltivazione dai progetti di recupero ambientale. Proprio questi ultimi costituiscono spesso il nodo più delicato: gli interventi di ricomposizione possono infatti prevedere movimentazioni di terreno e materiali che, pur finalizzate al ripristino morfologico del sito, vengono talvolta percepite dalle comunità locali come una prosecuzione dell’attività estrattiva. La procedura passa normalmente attraverso una Conferenza dei Servizi, nella quale gli enti competenti sono chiamati a esprimere i propri pareri ambientali, paesaggistici e tecnici. È proprio questa distinzione che alimenta oggi il confronto. Da una parte vi sono i promotori del progetto, che parlano di riqualificazione prevista dalla normativa sulle attività estrattive; dall’altra, cittadini e associazioni chiedono che venga chiarito con precisione quali lavorazioni saranno effettivamente autorizzate, quale sarà il volume dei materiali movimentati, quanti mezzi pesanti interesseranno la viabilità locale e quali saranno le ricadute sulla qualità dell’aria e sulla vivibilità della frazione. Il contesto rende il dibattito ancora più delicato. San Clemente negli ultimi anni è stata interessata da diversi interventi pubblici di riqualificazione urbana, con nuovi spazi sportivi, aree verdi e servizi destinati a rafforzare la qualità della vita della comunità. Parallelamente, l’area è destinata ad assumere un ruolo sanitario sempre più rilevante grazie alla realizzazione del nuovo Policlinico universitario, destinato a servire un vasto bacino provinciale. È proprio questo cambiamento della vocazione del territorio che molti residenti ritengono incompatibile con qualsiasi attività suscettibile di incrementare traffico pesante, emissioni di polveri o impatti acustici. Nel comunicato di Free Caserta il richiamo è soprattutto alla tutela della salute e del paesaggio. L’associazione sostiene che la natura stesse progressivamente riassorbendo la ferita lasciata dalla cava e invita la popolazione a partecipare attivamente al dibattito pubblico, chiedendo un deciso “no” al progetto. Sul piano istituzionale, tuttavia, il procedimento amministrativo è ancora nella fase delle valutazioni. La Conferenza dei Servizi rappresenta infatti il luogo nel quale dovranno essere esaminati gli elaborati progettuali, acquisiti i pareri tecnici e verificata la compatibilità dell’intervento con i numerosi vincoli presenti nell’area, a partire da quelli paesaggistici e ambientali. Non è la prima volta che il territorio casertano vive confronti di questo tipo. Negli ultimi anni analoghi progetti di recupero di cave dismesse tra Caserta e Valle di Maddaloni hanno generato forti mobilitazioni civiche, sfociate in osservazioni tecniche e in procedimenti amministrativi conclusi, in alcuni casi, con pareri negativi o con l’improcedibilità delle istanze presentate. Il caso della Cava Iuliano si inserisce dunque in una discussione più ampia che riguarda il futuro dei Monti Tifatini. Da un lato resta la necessità di mettere in sicurezza siti profondamente trasformati dall’uomo; dall’altro cresce la richiesta di un recupero che privilegi esclusivamente la rinaturalizzazione, evitando interventi che possano essere percepiti come una riapertura, anche indiretta, dell’attività estrattiva.
Per questo motivo, più che uno scontro ideologico, la vicenda sembra richiedere soprattutto trasparenza. La comunità chiede di conoscere nel dettaglio il contenuto del progetto, gli effetti previsti e le garanzie offerte dagli enti chiamati a valutarlo. Solo al termine dell’iter autorizzativo sarà possibile comprendere se la “riqualificazione ambientale” rappresenterà davvero un’occasione di recupero del territorio oppure se le preoccupazioni espresse da residenti e associazioni troveranno conferma nei fatti.
