Adattamento di Maria Claudia Merenda, per la regìa di Antonio Nardelli
di Raffaele Raimondo
FALCIANO DEL MASSICO (Raffaele Raimondo) – Naviga a gonfie vele, in queste calde serate del 2026, la 5^ ormai prestigiosa Rassegna Teatro Estate promossa dal Comune. Ne possono andar fieri senza dubbio il sindaco Giovanni Erasmo Fava, l’assessore alla Cultura Rosa Maria Zannone, il direttore artistico Mario Zannone e l’intera Amministrazione municipale che scommettono su eventi di robusta e positiva valenza culturale piuttosto che cedere a discutibili sprechi di denaro pubblico pur di cavalcare le facili onde di manifestazioni (delle tre f: festa, farina, forca) tanto care al vólgo di questo e di tutti i tempi.
La dimostrazione tangibile si è ulteriormente avuta domenica, 19 luglio, con la rappresentazione del Don Chisciotte, il capolavoro seicentesco dello spagnolo Miguel de Cervantes. Celeberrima la massima che riassume un messaggio fondamentale dell’opera: “Il sangue si eredita, ma la virtù si acquista, e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale”. Il pubblico dunque si è ripetutamente sciolto in applausi, comprendendo bene di trovarsi dinanzi ad un classico proposto comunque nell’adattamento della sceneggiatrice Maria Claudia Merenda e affidato alla lucida regìa di Antonio Nardelli, fondatore, manco a dirlo, del Teatro delle Folli idee ed innovatore di talento.
Chiare, dunque, le ragioni per cui entrambi, il regista e l’autrice del testo, sono stati rispettivamente premiati, coram populo,dagli assessori R.M. Zannone e Antonietta Ruocco.
Personaggi e interpreti : Alonso Quijano, Don Chisciotte della Mancia (Andrea Vincenzo Verde), Sancio Panza (Davide Vivo), Dulcinea del Toboso (Teresa Piccolo), oste, soldato 1, Sansón (Ernesto Chierchia), soldato 2 e Miguel (Giacomo Riccardo), nipote (Martina Puoti), domestica (Lavinia Verrengia), popolano rivoluzionario (Francesco Fantozzi), popolana rivoluzionaria (Sara Riccardo), popolana rivoluzionaria (Gabriella Tulino). Tutti tuffati, anima e corpo, trucco e parrucco, nella replica casertana di uno spettacolo la cui prima si è tenuta a Bergamo nello scorso aprile ed è nientedimeno iscritto al Premio Ubu, il riconoscimento più ambìto del Teatro in Italia e fondato nel 1977 dal critico Franco Quadri.
Anche i bambini sanno che il Don Chisciotte inventato da Cervantes è Don Alonso Quijano, un “ingenioso hidalgo”, cioè un “geniale nobile” che vive nella regione spagnola della Mancia;un divoratore di romanzi picareschi (con protagonisti vagabondi alla ricerca di avventure spesso vissute in modi beffardi, rocamboleschi) e della tradizione cavalleresca. Ne legge così tanti da infiammarsi fino alla follia e al pensare che per lui occorrono per necessità un cavallo, uno scudiero e una nobildonna, ma miseramente trova il malconcio ronzino opportunamente battezzato Ronzinante, uno scudiero della stoffa contadina di Sancio e la sua amatissima Dulcinea del Toboso che in effetti è la povera donna Aldonza Lorenzo. Fra l’altro, il cavaliere errante Don Chisciotte, compiendo le sue vane imprese, come la famosa “lotta ai mulini a vento”, accumula solo sconfitte e perfino bastonate, ma non si arrende. Egli e il suo fido scudiero, tuttavia, sono protagonisti destinati a rimanere per sempre nei ricordi di quanti conobbero le loro gesta, incarnando essi l’infinito contrasto fra visionario idealismo e pragmatismo. Due figure veramente straordinarie, insomma. Il folle Don Chisciotte a rincorrere ad oltranza valori umani e civili (l’amore, l’onore, la giustizia…), distorcendo però la realtà perché crede che i mulini a vento siano minacciosi giganti, le moltitudini di ovini gli eserciti nemici, le bettole addirittura viste come fiabeschi manieri. E, da par suo, Sancio, attratto dalla promessa di ottenere, alla fine delle imprese, il governo di un’isola, è ugualmente pronto a partire, senza smentire affatto il suo realismo, l’attaccamento ai piaceri della vita (gastronomia, vino, lunghi riposi) e la sua popolare saggezza pregna di proverbi.
Eppure tutto questo non ha dominato esplicitamente a Falciano, forse per una proiezione cronologica: le vicende, infatti, per precisa scelta della Merenda, si sono snodate al tempo della guerra civile spagnola, cioè della rivolta antifranchista che si protrasse nella seconda metà degli anni Trenta del XX secolo. E’ prevalso così l’intento “di utilizzare un romanzo-cardine della letteratura per trattare tematiche che, indipendentemente dall’epoca storica in cui sono situate, sono universali: la libertà, la forza dell’unione, l’importanza della lotta. Più che dire che i regimi sono “brutti e cattivi” come tanti prodotti attuali fanno, si è deciso di puntare più sull’importanza dei legami che si tessono in momenti di difficoltà come questi e su quella “follia rivoluzionaria” che, in tempi bui, dovrebbe appartenere un po’ a tutti noi”. La sceneggiatrice ha spiegato in tal modo l’attualizzazione del racconto teatrale. E il grazzanisano Nardelli come ha motivato la sua opzione? “Don Chisciotte – ha chiarito – è un mio idolo di sempre, ma il nostro testo è un inno ai sogni alla libertà, al non arrendersi mai, specialmente se si hanno persone valide e sincere intorno. Tutti possiamo essere ‘eroi erranti’: anche un meccanico o un tecnico urbano o semplicemente l’operaio di fabbrica. Nessuno di noi si sente eroe americano con poteri speciali e tanti soldi; ma la follia di tutti i giorni, il cuore che ti porta su mai esplorati sentieri, il credere fortemente nei nostri obiettivi…: ecco la libertà che difendiamo senza badare ai prezzi che costa. Tutti possiamo essere Don Chisciotte! ”.
Poi il regista, commentando il nesso fra il capolavoro di Cervantes e la guerra civile degli anni 1936-1939, ha aggiunto: “Ogni fatto storico storia ha i suoi risvolti peculiari; potevano parlare di Federico García Lorca, di Guernica…, ma abbiamo scelto di prendere un’epoca e dimostrare come, in ogni nostro spettacolo sulle memorie, su tanti orrori e tremende ingiustizie, si tende ad attribuire un nome, come fascismo o comunismo, ma il vero problema è l’uomo, con le sue traballanti potenze, le atroci violenze, le fragili speranze. La Spagna, su questi versanti, è una nazione particolarmente elettiva, perché ci tocca da vicino e perché la guerra civile si abbraccia alla mente di un qualsiasi Don Chisciotte”.
La Rassegna falcianese – che ha già ottenuto un entusiastico consenso di pubblico con Simona Cavallari in “Donne” (4 luglio 2026), Giobbe Covatta col suo “70 Riassunto delle puntate precedenti” (12 luglio) e l’ottimo “Don Chisciotte” di cui s’è fatto ampio commento (19 luglio) – intanto prosegue (sempre alle ore 21 in piazza Capuano e ad ingresso gratuito) con Ciro Ceruti in “Vita da attore (22 luglio), Enzo e Sal (Made in Sud) interpreti di “Sono cose che càpitano” su testo di Ficarra e Picone (1° agosto), Mago Elite che proporrà “C‘est magique” in cui si fonderanno magìa, cabaret e varietà per il divertimento di bambini e adulti (8 agosto), il “Teatro delle Folli idee” per la prima assoluta di “Andromaca” (l’unico spettacolo del teatro antico che andrà in scena nella villa comunale e che sperimenterà nuovamente la fertile intesa fra l’autore del testo, il direttor Zannone, ed il fondatore della Scuola di Teatro, il regista Nardelli. A conclusione la Compagnìa teatrale di Roccamonfina ‘I figli di Tani’ che metterà in scena la brillante commedia “Casa di frontiera” scritta da Gianfelice Imparato a mo’ di “satira esilarante che affronta temi sociali e di integrazione attraverso una lente paradossale” (31 agosto).
