CASERTA – La cultura arriva in piazza Sant’Anna per accendere i riflettori sugli invisibili e sull’indifferenza. Il 4 settembre Un Borgo di Libri porterà nel cuore di Caserta un’iniziativa che nasce dalla volontà di trasformare un luogo segnato dalla tragedia in uno spazio di incontro, memoria e riflessione.
La scelta della piazza non è casuale. È qui che è stato ucciso Guido, ex cameriere senza fissa dimora, vittima di un’aggressione. E sempre nel centro della città si è consumata un’altra vicenda drammatica, quella di un uomo senza dimora indicato con il nome di Amhed, trovato morto nei pressi del Monumento ai Caduti, luogo utilizzato come rifugio da diverse persone che vivono in condizioni di estrema precarietà.
Due morti che hanno riportato con forza al centro dell’attenzione una realtà spesso relegata ai margini: quella di chi vive per strada, di chi non ha una casa, di chi attraversa quotidianamente gli stessi luoghi della città senza essere realmente visto. Una condizione che non può essere affrontata soltanto quando diventa emergenza, ma che richiede attenzione costante, prevenzione e capacità di ascolto.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la decisione del festival di modificare, almeno in parte, la propria abituale collocazione e di portare libri, teatro e giovani in una piazza che in questi giorni è diventata il simbolo di una ferita cittadina.
«Ci proviamo a fare qualcosa. Cambiamo il nostro festival e i suoi giorni per provare a dare una risposta all’emergenza sociale o almeno provarci», spiega Luigi Ferraiuolo, direttore e ideatore di «Un Borgo di Libri».
Parole che raccontano una scelta precisa: non rimanere estranei davanti a una vicenda che riguarda l’intera comunità. La cultura, in questo caso, non viene proposta come una risposta risolutiva a un problema sociale complesso, ma come un modo per creare uno spazio di confronto e rompere quel silenzio che spesso accompagna le storie degli ultimi.
«Occupiamo la piazza centralissima e periferica di Sant’Anna a Caserta, noi che siamo nati per il borgo medievale di Casertavecchia, per dare un segno», sottolinea Ferraiuolo. La definizione di piazza Sant’Anna come luogo contemporaneamente centrale e periferico contiene il senso dell’iniziativa: la marginalità, infatti, non coincide necessariamente con la distanza geografica dal centro.
Un quartiere può trovarsi nel cuore di una città e, nello stesso tempo, diventare una periferia sociale. Basta che si interrompano le relazioni, che i problemi vengano ignorati, che le persone più fragili smettano di essere percepite come parte della comunità.
«L’indifferenza si combatte con l’I care: con il me ne preoccupo, ne ho cura», dice ancora Ferraiuolo. Un’espressione che diventa la chiave dell’intera manifestazione. “I care” significa assumersi una responsabilità, riconoscere che ciò che accade nello spazio pubblico non è qualcosa che riguarda sempre e soltanto qualcun altro.
La riflessione va oltre Caserta. «Ogni luogo, se lasciato a sé stesso, anche nel quadrilatero della moda o a piazza di Spagna a Roma, può diventare uno spazio di solitudine in mezzo a luci sfavillanti», osserva Ferraiuolo. Il contrasto tra i luoghi più luminosi e frequentati e la solitudine di chi li attraversa senza essere riconosciuto diventa così una metafora della società contemporanea.
La piazza, allora, non sarà soltanto il luogo fisico dell’appuntamento. Diventerà il centro di una narrazione diversa, capace di mettere insieme cultura e responsabilità sociale. L’obiettivo è attirare cittadini, studenti e frequentatori della zona proprio nel luogo nel quale la cronaca ha mostrato una delle sue pagine più dolorose.
Il principale strumento scelto dal festival sarà quello delle “interviste impossibili”, una formula teatrale già utilizzata in passato da «Un Borgo di Libri». Questa volta il format assume un significato particolare: immaginare un dialogo con chi non può più parlare o con chi, nella vita reale, fatica a trovare ascolto.
«Le Interviste impossibili erano nate proprio per mobilitare la città in luoghi diversi», ricorda Ferraiuolo. E saranno proprio i luoghi a diventare parte integrante della rappresentazione. Dopo piazza Sant’Anna, il percorso proseguirà idealmente verso il Monumento ai Caduti, altro spazio legato alla presenza delle persone senza dimora.
Il teatro, dunque, non resterà confinato a un palcoscenico tradizionale. Sarà la città stessa a diventare scena. Una scelta che permette di riportare l’attenzione sul rapporto tra spazio pubblico e comunità, interrogando il modo in cui vengono percepite le persone che vivono nelle situazioni più fragili.
A dare corpo alle interviste saranno gli studenti del Liceo Classico Giannone di Caserta, protagonisti del laboratorio teatrale curato dalla professoressa Daniela Borrelli. Il loro coinvolgimento rappresenta un ulteriore elemento simbolico dell’iniziativa.
Non si tratta soltanto di affidare a giovani attori un testo da interpretare. L’idea è coinvolgere una nuova generazione nella riflessione su un problema che riguarda il presente della città ma anche il suo futuro.
«Gli attori saranno giovani studenti del Liceo Classico Giannone, curati dalla professoressa Daniela Borrelli: un segno nel segno, perché i migliori ragazzi della città proveranno a rimboccarsi le maniche per dare la sveglia a tutti noi», afferma Ferraiuolo.
Il riferimento alla scuola assume così un valore preciso. Se l’indifferenza è anche una forma di abitudine, educare allo sguardo e alla responsabilità può diventare una delle risposte possibili. I ragazzi diventano quindi non soltanto interpreti, ma parte attiva di un messaggio rivolto alla città.
L’iniziativa si inserisce inoltre nel percorso già seguito da «Un Borgo di Libri» in occasione di altre tragedie che hanno coinvolto Caserta. Nel 2021 il festival aveva scelto di intervenire dopo la morte di Gennaro Leone, il diciottenne ucciso a coltellate in via Vico, a poca distanza proprio da piazza Sant’Anna.
Anche allora la cultura era stata portata in strada, nel tentativo di sottrarre un luogo alla semplice cronaca e restituirlo alla comunità attraverso parole, partecipazione e memoria. Un precedente che oggi torna a essere significativo.
La situazione è però diversa e porta con sé una domanda altrettanto urgente. Non si tratta soltanto di interrogarsi sulle dinamiche che hanno preceduto una morte violenta, ma sulla condizione quotidiana di persone che spesso vengono viste soltanto quando accade qualcosa di irreparabile.
La vicenda degli invisibili riguarda infatti una pluralità di dimensioni: la mancanza di una casa, la precarietà economica, l’isolamento, la difficoltà di accedere ai servizi, l’assenza di una rete familiare o sociale. Sono condizioni che possono progressivamente allontanare una persona dalla vita della comunità fino a renderla, appunto, invisibile.
È su questa parola che il festival sceglie di insistere. Invisibile non significa necessariamente assente. Le persone senza dimora sono presenti nelle strade, nelle piazze, sotto i portici, nei pressi dei monumenti e nelle aree più frequentate della città. Il problema è che la loro presenza rischia di diventare parte del paesaggio, fino a non suscitare più domande.
L’appuntamento del 4 settembre vuole interrompere proprio questo meccanismo.
Le prime due “interviste impossibili per gli invisibili e contro l’indifferenza” sono dunque in programma venerdì 4 settembre alle 18.30, in piazza Sant’Anna, davanti al Santuario.
Sarà un appuntamento culturale, ma anche un gesto civile. Una piazza segnata dalla violenza verrà restituita per una sera alla parola e all’incontro. Gli studenti saranno chiamati a interpretare storie e voci, mentre il pubblico sarà invitato a confrontarsi con una realtà che spesso resta sullo sfondo.
La sfida lanciata da «Un Borgo di Libri» non è quella di risolvere attraverso un evento una questione sociale che richiede interventi strutturali. È piuttosto quella di creare una frattura nell’indifferenza, di costringere per una sera la città a fermarsi davanti a ciò che normalmente passa inosservato.
Da piazza Sant’Anna può quindi partire una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata: chi sono le persone che incontriamo ogni giorno e che abbiamo smesso di vedere?
È questo il significato più profondo dell’iniziativa. Portare i libri e il teatro in un luogo ferito significa provare a trasformare la memoria in attenzione e l’attenzione in responsabilità. Perché, come ricorda Ferraiuolo, «I care» significa proprio questo: “me ne preoccupo, ne ho cura”.
E se la cultura può avere una funzione civile, in questo caso è quella di riaccendere uno sguardo. Non soltanto su una piazza, ma sulle persone che quella piazza attraversano e abitano. Un modo per ricordare Guido, non dimenticare Amhed e, soprattutto, evitare che altre storie di solitudine diventino visibili soltanto quando è ormai troppo tardi.
