Se Michelangelo Buonarroti potesse vedere cosa succede oggi nella via che porta il suo nome, probabilmente chiederebbe di essere disconosciuto. Altro che David: qui siamo davanti a un’installazione contemporanea intitolata “Tombino aperto con asse di cemento precario”. Minimalista, certo. Ma anche pericolosa.
Nel cuore di via Michelangelo Buonarroti campeggia infatti questo piccolo gioiello urbano: un tombino spalancato, coperto alla meno peggio da una lastra di cemento appoggiata di traverso, come se qualcuno avesse pensato “basta che stia lì, poi si vedrà”. Sotto? Buio, rifiuti e il rischio concreto che qualcuno ci finisca dentro. Sopra? L’indifferenza.
Ed è qui che il quadro diventa grottesco: tutto questo si trova a ridosso di due scuole. Ogni mattina centinaia di ragazzi passano di lì, tra zaini, distrazioni e corse contro il tempo. Un percorso quotidiano che dovrebbe essere sicuro e che invece si trasforma in una specie di prova a ostacoli urbana. Basta un attimo, una distrazione, e quello che oggi è uno “scempio” potrebbe diventare qualcosa di ben più serio.
È difficile stabilire se si tratti di incuria, rassegnazione o semplice creatività amministrativa. Di certo, la soluzione adottata sembra uscita da un manuale di sopravvivenza urbana: “Se non puoi ripararlo, coprilo male e spera che nessuno se ne accorga”. Peccato che sia in mezzo al marciapiede, non in una zona nascosta.
I pedoni fanno lo slalom, chi guarda il telefono rischia di fare un tuffo non programmato, e tutto questo mentre la città continua a raccontarsi come moderna e attenta. Evidentemente, la modernità si ferma qualche metro prima di questo buco.
La domanda è semplice: quanto deve restare così prima che qualcuno intervenga davvero? Serve aspettare il classico incidente per trasformare questo “scempio” in una priorità?
Nel frattempo, complimenti: via Michelangelo Buonarroti riesce a reinterpretare il concetto di opera pubblica. Non bella, non sicura, ma sicuramente memorabile.

