CAPUA – A Piazza d’Armi il trasporto pubblico non si limita a funzionare in condizioni difficili: viene messo alla prova ogni giorno, come se fosse normale amministrazione. Gli autobus da 12 metri, prima ancora di iniziare il servizio, devono già fare i conti con un manto stradale che non presenta semplici criticità, ma vere e proprie voragini. A reggere questa situazione sono i lavoratori del trasporto pubblico, autisti che ogni giorno si assumono responsabilità che vanno ben oltre il loro ruolo. Non si limitano a guidare: devono evitare danni ai mezzi, prevenire situazioni di rischio e gestire manovre che in condizioni ordinarie non dovrebbero nemmeno esistere. Per evitare di finire nelle buche o danneggiare i mezzi, i bus sono costretti a occupare il centro della carreggiata già nelle fasi di uscita dal capolinea. Una scelta obbligata che trasforma ogni partenza in una manovra potenzialmente critica per la circolazione, con veicoli e utenti della strada esposti a un rischio che non nasce dagli autisti, ma dallo stato dell’infrastruttura. Il punto non è più il disagio. È la normalizzazione dell’anomalia. Strade dissestate, manutenzione assente o insufficiente, e nel mezzo lavoratori lasciati a gestire conseguenze che non dipendono da loro ma ricadono interamente sulle loro spalle. Il paradosso è evidente: un servizio pubblico essenziale che si regge sulla professionalità degli autisti e sulla loro capacità di evitare danni, più che sulla qualità delle infrastrutture su cui dovrebbero semplicemente operare. L’articolo 161 del Codice della Strada stabilisce chiaramente che chi crea o non rimuove situazioni di pericolo o intralcio alla circolazione deve intervenire immediatamente con le necessarie misure. Una norma lineare, che a Piazza d’Armi sembra però restare sullo sfondo rispetto alla realtà quotidiana. Resta una sola domanda, ormai inevitabile e sempre meno retorica: quanto ancora si potrà chiedere ai lavoratori di compensare ciò che dovrebbe essere garantito da una normale manutenzione stradale?
