Stadio Del Nuoto, Caserta
La vicenda dello Stadio del Nuoto di Caserta ha dell’incredibile. Una semplice caduta di una plafoniera, fortunatamente senza gravi danni, ha scatenato una reazione a catena che ha privato un intero capoluogo di provincia di una delle sue principali strutture sportive. Una struttura funzionante, punto di riferimento per oltre 1500 persone, fiore all’occhiello della città, chiusa dall’oggi al domani.
Dietro questa chiusura emergono interrogativi pesanti e inquietanti: mancano certificazioni, i cronoprogrammi dei lavori non si trovano, le manutenzioni ordinarie sono state trascurate fino a diventare emergenze straordinarie. Si sollevano dubbi sulla sostenibilità economica della gestione e sulla capacità amministrativa di garantire trasparenza e programmazione. Il quadro restituisce l’immagine di una gestione confusa, improvvisata e profondamente inadeguata.
Ma il danno più grave è quello economico e sociale. Venti società sportive sono state di fatto sfrattate senza alternative. Centinaia di atleti, bambini, famiglie e persone fragili sono stati privati dei loro spazi di aggregazione e cura. L’indotto di via Laviano è stato messo in ginocchio. E cinque lavoratori attendono ancora risposte concrete sulla loro vertenza.
Questa non è solo la storia di una struttura chiusa. È il simbolo di un’incapacità politica evidente: non saper leggere i processi, non saper prevenire i problemi, non assumersi responsabilità. È il frutto di un metodo decisionale autoreferenziale, chiuso al confronto, che continua a produrre danni e fratture nella comunità.
La domanda è inevitabile: in quale condizione versa Caserta? E soprattutto, dove vuole andare? Un capoluogo di provincia non può permettersi di perdere pezzi senza una visione, senza un piano, senza un’idea di futuro.
Serve una svolta radicale: partecipazione reale, trasparenza amministrativa, programmazione seria degli interventi, tutela degli spazi pubblici come beni comuni. Perché una città che chiude i propri luoghi di sport e socialità non è solo una città che arretra: è una città che rinuncia a sé stessa.
