A Caserta la povertà non è più un’emergenza marginale, ma un fenomeno strutturale che sta crescendo sotto gli occhi di tutti, nel silenzio generale.
Mentre a livello nazionale si discute ancora di Autonomia differenziata – una riforma che rischia di spaccare definitivamente la solidarietà tra Nord e Sud – nei quartieri di Caserta, nei paesi della provincia, dal litorale domizio all’entroterra, il bisogno aumenta ogni giorno.
I dati regionali fotografano una realtà che riguarda da vicino anche il territorio casertano. In Campania, nel 2023, il 37,1% dei minori di 18 anni vive in povertà relativa, contro il 22,2% della media italiana. Significa che quasi un ragazzo su tre a Caserta e provincia cresce in una famiglia che fatica ad arrivare a fine mese.
Secondo Save the Children, tra chi non riceve più il reddito di cittadinanza, il 37,1% sono minori in povertà relativa: 36.950 solo in Campania, pari al 23,9% del dato nazionale. Il 3,4% dei bambini tra 0 e 3 anni vive in povertà assoluta. Circa 200.000 bambini tra 0 e 5 anni, l’8,5%, vive in povertà alimentare, senza la garanzia di un pasto proteico al giorno. Un dato che al Sud sale al 2,9% e che a Caserta si tocca con mano nei centri di ascolto, nelle mense solidali, nelle richieste di aiuto per il pranzo di Natale.
La stessa Caritas, nel suo dossier regionale, segnala un’impennata: 11.099 persone transitate nei Centri di ascolto nel 2022 contro le 8.666 del 2021. Nel primo semestre 2023 l’incremento è stato del 32,6%, il più alto d’Italia. È il dato di chi perde il sostegno pubblico e non trova alternative: a Caserta lo vediamo nelle file più lunghe alla Caritas diocesana, alla Mensa di Sant’Egidio, nelle parrocchie.
Il problema non è solo economico. La povertà a Caserta è triplice: economica, educativa e sanitaria. La Campania è tra le prime quattro regioni in Europa per rischio di povertà ed esclusione sociale. Nel 2022 aveva il secondo dato peggiore del continente, il 46,2% contro una media europea del 21,6%, subito dopo il Sud-Est della Romania. Ed è anche la prima regione in Italia per analfabetismo e basso titolo di studio, un fattore che a Caserta pesa in modo particolare nelle periferie e nelle aree interne.
A questo si aggiunge il lavoro che non c’è. Se in Italia lavora il 69,2% degli uomini e il 51,1% delle donne, in Campania le percentuali crollano al 56,5% e al 30,6%. In provincia di Caserta il tasso è ancora più basso, soprattutto per le donne e per i giovani.
Su una realtà così fragile peseranno i tagli da 12 miliardi agli enti locali previsti dal bilancio statale, definiti catastrofici per il Mezzogiorno. Per Caserta, per i suoi Comuni già in affanno, significa meno servizi sociali, meno sostegno alle famiglie, meno risorse per affrontare l’emergenza abitativa e alimentare.
Il vero scandalo di Caserta, però, non è che i poveri aumentano. È che nessuno paga un prezzo per questo.
Si può governare questa provincia ignorando che un bambino su tre vive in povertà. Si possono tagliare i servizi sociali e poi andare a inaugurare una rotonda. Si può parlare di tutto – di primarie, di poltrone, di simboli – tranne che dell’unica cosa che conta davvero.
Finché la povertà non avrà un costo politico, non avrà mai una soluzione politica.
E il silenzio delle istituzioni, oggi a Caserta, non è più distrazione. È complicità.
