Nel Duomo di Acerra non ci sono stati soltanto strette di mano e parole di conforto. Prima di raggiungere piazza Calipari, Papa Leone XIV ha voluto guardare negli occhi i familiari delle vittime della Terra dei fuochi, ascoltando storie che nessun genitore dovrebbe mai essere costretto a raccontare. Tra quelle voci c’era anche quella di Angelo Venturato, padre di Maria, morta a soli 25 anni per un tumore. Una ragazza che stava costruendo il suo futuro, che avrebbe dovuto sposarsi di lì a poco, e che invece è diventata uno dei tanti nomi di una lunga lista di giovani vite spezzate troppo presto. “A casa ho ancora il suo vestito da sposa”, ha ricordato il padre. Una frase semplice, ma devastante. Perché dentro quelle parole c’è tutto: il dolore, il vuoto, il tempo fermo in una stanza dove qualcuno non tornerà più. Il Papa ha ascoltato in silenzio, con rispetto, promettendo attenzione e un richiamo forte alle istituzioni. Ma oggi il punto non è soltanto commuoversi. Il punto è avere il coraggio di dire che per anni troppe persone hanno convissuto con roghi tossici, veleni, discariche abusive e silenzi. E mentre si discuteva, troppe famiglie piangevano figli, madri, padri. La Terra dei fuochi non può diventare soltanto un simbolo da ricordare durante le visite ufficiali o nei giorni delle telecamere accese. Deve essere una ferita aperta nella coscienza del Paese. Perché quando un territorio si abitua a vedere giovani morire di tumore, significa che qualcosa si è spezzato profondamente. Eppure, dentro tanto dolore, c’è chi continua a trasformare la sofferenza in aiuto concreto. Angelo Venturato, nel nome di sua figlia Maria, ha fondato un’associazione che accompagna gratuitamente i malati oncologici nelle cure e sostiene chi non riesce ad affrontare da solo il peso della malattia. È la prova che certe persone, anche dopo aver perso tutto, riescono ancora a tendere la mano agli altri. Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalla memoria delle vittime, dalla rabbia delle famiglie e dalla responsabilità collettiva di non permettere mai più che una terra conosciuta un tempo come “Campania Felix” venga associata alla morte e alla paura.
