Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori
Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori
Siamo spettatori e protagonisti di un clima che ha superato da tempo il livello di guardia. La quotidianità dei cittadini oscilla, negli ultimi giorni, tra la paura concreta di rimanere bloccati senza trasporti, le difficoltà sul posto di lavoro, l’angoscia quasi primordiale di trovare gli scaffali dei supermercati vuoti e la tutela dei bisogni primari dei nostri familiari.
Da un punto di vista psicologico e sociale, quello che si osserva- riferisce la Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori psicologa e criminologa- rappresenta un mosaico complesso in cui s’intersecano motivazioni e stati emotivi diametralmente opposti ma comunque legati in qualche modo. Da un lato, ci sono gli autotrasportatori e i lavoratori in protesta che rappresentano una generazione di adulti messa letteralmente in ginocchio, che non riesce più a sostenere la propria famiglia. Dall’altro, ci sono i giovani, gli studenti che scendono in strada per rivendicare strutture scolastiche dignitose e sicure.
Ma, tra le immagini più emblematiche di questi giorni, spicca il video di un bambino di soli 11 anni ripreso mentre supporta attivamente la protesta violenta. Le reazioni mediatiche si sono divise tra la condanna sommaria e l’indignazione superficiale.
Come psicologa e criminologa, pongo un interrogativo diverso: qualcuno si è fermato a chiedere chi sia davvero quel bambino e su come questa esposizione mediatica possa danneggiarlo anche in futuro? In criminologia e psicologia sappiamo bene che a 11 anni non si possiede la maturità emotiva né la struttura cognitiva per comprendere appieno le dinamiche socio-politiche di una rivolta. Liquidare il fatto come “baby criminalità” significa rifiutarsi di guardare la realtà. Quel bambino, infatti, è il sintomo visibile di una povertà educativa e affettiva profonda. È l’espressione di un contesto di disagio in cui la violenza viene assimilata come unico linguaggio di affermazione. Prima di essere un potenziale deviante, quell’undicenne è una vittima dell’assenza di tutele e di modelli adulti di riferimento.
In mezzo a questo marasma, si erge una figura costantemente bersagliata quella delle Forze dell’Ordine. Dal punto di vista psicologico, assistiamo a un pericoloso processo di deumanizzazione: gli agenti vengono ridotti a semplici bersagli o etichettati con disprezzo. Ci si dimentica che dietro quelle divise ci sono uomini e donne che vivono la medesima crisi economica, che affrontano una pressione psicologica devastante per contenere le piazze e che, spesso, hanno a casa figli della stessa età degli studenti che protestano. Sullo sfondo, una politica che non perde l’occasione di intervenire a posteriori, cercando di ritagliarsi uno spazio sotto i riflettori anziché assumersi la responsabilità dell’ascolto e della pianificazione.
In questo scenario già incandescente, si inserisce un moltiplicatore d’ansia distruttivo: il circuito dell’informazione tossica e dei social media. Assistiamo quotidianamente alla proliferazione di fake news strutturate ad arte per terrorizzare la popolazione e innescare dinamiche di panico di massa. Notizie allarmistiche su presunti approvvigionamenti bloccati o pericoli imminenti non fanno altro che esacerbare la sensazione di precarietà, alimentando una minaccia percepita ben superiore a quella reale.
In tutto questo caos, l’Italia dimostra ancora una volta una preoccupante lacuna nella cultura della prevenzione. La democrazia non si misura nella capacità di gestire l’ordine pubblico durante l’emergenza, ma nella capacità di intercettare il disagio prima che diventi incendio. Per arginare questo sgretolamento sociale non servono slogan, ma azioni concrete come tavoli di confronto operativi permanenti; interventi sul disagio giovanile e familiare, tutela della salute mentale della comunità e alfabetizzazione digitale.
Se non torniamo a ricostruire il patto di fiducia tra cittadini e Stato attraverso la prevenzione e l’ascolto reale, continueremo ad assistere alla spaccatura di una società in cui tutti- dai lavoratori ai nostri figli- finiranno per essere sconfitti.
