L’analisi dello psicologo sulle dinamiche che possono favorire l’escalation della violenza: «Comprendere i meccanismi psicologici non significa giustificare, ma intervenire prima che il conflitto degeneri».
Il caso che ha coinvolto Nicola Maggiotto riporta l’attenzione sul fenomeno delle aggressioni tra i giovani e, più in generale, sulle dinamiche psicologiche che possono trasformare un conflitto in un episodio di violenza.
Senza entrare nei dettagli personali della vicenda e lasciando agli organi competenti ogni ricostruzione dei fatti, sul tema interviene Claudio Belardo, psicologo ed esperto di benessere psicologico, sport e performance, che invita a spostare l’attenzione dalla sola cronaca alla prevenzione.
«Quando assistiamo a episodi di violenza dobbiamo chiederci anche cosa accade prima: quali emozioni non vengono riconosciute, quali segnali vengono ignorati e quali meccanismi trasformano rabbia e frustrazione in aggressività».
Violenza giovanile, l’analisi dello psicologo Claudio Belardo
Particolare attenzione deve essere riservata alle dinamiche di gruppo. La presenza degli altri, infatti, può influenzare il comportamento individuale attraverso meccanismi di emulazione, ricerca di approvazione e riduzione della percezione della propria responsabilità.
«All’interno di un gruppo può diventare più difficile fermarsi. Il bisogno di dimostrare forza, di essere accettati o di non apparire deboli può contribuire ad amplificare comportamenti che individualmente verrebbero maggiormente controllati», spiega Belardo.
Analizzare questi meccanismi non significa attenuare le responsabilità individuali.
«Comprendere non significa giustificare. La responsabilità delle proprie azioni resta centrale. Ma se vogliamo fare prevenzione dobbiamo conoscere ciò che può favorire l’escalation e intervenire prima che venga superato il limite.»
Educare alle emozioni prima che il conflitto diventi violenza
Per lo psicologo, la prevenzione dovrebbe partire dall’educazione emotiva, insegnando fin dall’età evolutiva a riconoscere e gestire rabbia, frustrazione, provocazioni e pressione del gruppo.
«Dobbiamo aiutare i giovani a capire che allontanarsi da una provocazione non significa avere paura. Sapersi fermare è una forma di forza: significa possedere autocontrollo, consapevolezza e capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.»
In questo percorso famiglia, scuola e luoghi di aggregazione hanno una responsabilità educativa fondamentale. Anche lo sport può rappresentare uno straordinario strumento di prevenzione.
«Lo sport insegna che forza e violenza sono due concetti completamente diversi. Regole, disciplina, rispetto dell’avversario, gestione della sconfitta e controllo delle emozioni sono competenze che non servono soltanto durante una gara: servono nella vita.»
«Non trasformiamo la sofferenza in spettacolo»
C’è infine un altro aspetto sul quale Belardo invita a riflettere: il modo in cui episodi delicati vengono raccontati e condivisi.
«Dietro ogni fatto di cronaca ci sono persone e famiglie. Possiamo e dobbiamo discutere del fenomeno senza trasformare la sofferenza individuale in spettacolo. La dignità della persona deve venire prima della curiosità per i dettagli.»
Da qui l’invito a utilizzare anche episodi che scuotono l’opinione pubblica per costruire una riflessione più ampia sulla prevenzione.
«Non possiamo parlare di educazione emotiva soltanto dopo un episodio di violenza. Bisogna lavorare prima, aiutando i giovani a sviluppare empatia, responsabilità e capacità di gestione del conflitto. Prevenire significa fornire strumenti prima che diventino necessari.»
