Riceviamo e pubblichiamo
Dalle mani del giorno
è scivolato,
lume d’alba inchiodato
sulle impalcature del lavoro.
Un ragazzo è stato addentato
dagli accidenti del mestiere,
che ha piegato la sua linfa,
risucchiato le sue ossa
dal grembiule del domani.
Ora il suo ricordo striscia
libero dalla memoria,
attraversa stanze vuote
e si posa
su orologi inermi
davanti alla morte
che non è morte.
C’è una piccola scintilla
nel bicchiere lasciato
a metà sul tavolo,
nelle scarpe immobili
che pur conoscendo la strada
hanno perso il ritorno.
La sua anima viaggia
estranea alla petizione
dell’assenza.
Francesco! Francesco!
Il vento sbatte la porta
e Marcianise porta mondi di tristezza,
campane che suonano urla
assorbite dalla memoria
di poche tempeste.
Lì e ora, il dolore collettivo
si disfa negli sguardi di pietra,
e l’urlo addormentato nella gola
resta dove le parole si spezzano.
Le officine rimangono chiuse,
mostrano le loro palpebre di ferro,
fuori stazionano gru senza nidi,
inermi sentinelle
di un perduto regno.
Questa poesia nasce dal dolore profondo per la tragica scomparsa di Francesco Dergano, giovane lavoratore che ha perso la vita mentre svolgeva il proprio lavoro. I versi non intendono soltanto ricordare una vittima, ma dare voce a una comunità ferita, a una famiglia spezzata e a tutte le coscienze chiamate a interrogarsi sul valore della vita umana e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Yuleisy Cruz Lezcano
