L’impegno del Buonarroti contro la camorra
L’Aula Magna dell’ITS “M. Buonarroti” si è trasformata, nella mattinata di martedì 19 maggio, in un presidio di legalità. Gli studenti hanno incontrato istituzioni e testimoni diretti per dialogare su un tema cruciale: come sradicare la cultura dell’illegalità dal quotidiano. C’è un nemico silenzioso che si annida nelle strade, tra i banchi di scuola e nei condomini: l’abitudine. È questo il messaggio centrale emerso durante l’incontro “Storie di Camorra”, una mattinata di confronto serrato tra gli studenti, le forze dell’ordine e chi la camorra l’ha vissuta come ferita personale o come inchiesta giornalistica.
L’allarme è stato lanciato dal Maggiore Giovanni Riacà, Comandante della Compagnia Carabinieri di Caserta, che ha scosso la platea citando la celebre “Teoria del vetro rotto” e ha lanciato un monito alla città:
“Caserta deve contrastare la Teoria del vetro rotto”, ha esordito il Maggiore. “Secondo questa teoria, chi passa davanti a una finestra con un vetro infranto ne resta scandalizzato i primi giorni. Ma se quella finestra rotta non viene riparata, chi vi passa davanti inizierà a pensare che a nessuno importi di quel degrado: col tempo ci si abitua a quella bruttura, fino a non vederla più, finché quella deformità diventa parte del paesaggio. Quel vetro rotto rappresenta ogni minima forma di illegalità sociale, il sopruso quotidiano a cui finiamo per abituarci perché ‘fanno tutti così’. Dobbiamo riparare quel vetro subito, prima che diventi la normalità. Se non ci ribelliamo al minimo segnale di incuria morale, il passo verso il controllo totale dei clan diventa brevissimo.”
Sulla stessa linea d’onda il Vice Questore Marta Sabino, Dirigente della Divisione Anticrimine della Questura di Caserta, che ha spiegato come la sua unità operi costantemente sul fronte della prevenzione. Il suo discorso si è focalizzato sulla responsabilità individuale come pilastro della sicurezza collettiva.
” La prevenzione è un atto di coraggio condiviso. Anche al minimo sospetto di un abuso o di un illecito in casa del vicino, ognuno di noi ha il diritto e il dovere civico di fare una regolare segnalazione”, ha affermato la dottoressa Sabino. “Le autorità garantiscono l’anonimato: non si tratta di essere ‘spie’, ma di salvare vite. Troppo spesso interveniamo quando è tardi, su atti che potevano essere evitati con una telefonata. La prevenzione è l’unica arma per arginare danni che, purtroppo, hanno spesso esiti mortali.”
Particolarmente toccante è stato l’intervento della Prof.ssa Marisa Diana, sorella di don Peppe Diana e Presidente dell’Associazione “Familiari e amici di Don Peppe”. Il silenzio in Aula Magna si è fatto assoluto quando Marisa ha preso la parola e con la voce carica di emozione ma ferma nella determinazione, ha ripercorso quel tragico 19 marzo 1994, quando il fratello fu ucciso nella sacrestia della sua parrocchia a Casal di Principe. Quell’evento delittuoso ha causato alla sua comunità una perdita incalcolabile, eppure quella famiglia nella fede ha trasformato quel dolore in un seme di speranza per le nuove generazioni. La sua testimonianza ha ricordato ai ragazzi che la camorra non colpisce solo il “bersaglio”, ma devasta intere famiglie e comunità, lasciando ferite che solo l’impegno civile può iniziare a rimarginare.
Infine, il giornalista di Fanpage.it e ideatore del progetto “Storie di Camorra”, Nico Falco ha portato i ragazzi dentro la “macchina” dei clan. Attraverso il suo racconto, Falco ha demolito l’estetica del crimine che spesso affascina i giovanissimi tramite i social o le fiction. “Entrare in un clan non è una scelta di potere, è una condanna”, ha incalzato il giornalista. “L’affiliazione non porta benessere, porta al carcere o alla morte. Abbiamo il compito di mostrare la ‘miseria’ dei boss, la precarietà di una vita passata a nascondersi. La criminalità non conviene mai, né economicamente, né umanamente”. Falco ha ricordato alla platea che gli ha posto alcune domande che la cronaca è un inanellamento continuo di risultati positivi conseguiti dalle forze dell’ordine che, a costo di ore ed ore di appostamenti, inseguimenti, tracciamenti con qualsiasi mezzo possibile, catturano i cosiddetti latitanti o “boss” e come questi ultimi, finché riescono a sfuggire alla cattura, non fanno la “bella vita”, ma passano anni rinchiusi tra quattro mura di bunker sotterranei e nascondendosi… “altro che godersi i miliardi estorti a prezzo di dolore e vite altrui!”
L’evento, introdotto dalla Dirigente Scolastica Prof.ssa Anna Dello Buono e moderato dall’alunno Giuseppe Manzo, si è concluso con le riflessioni del Prof. Ubaldo Greco, lasciando agli studenti un messaggio chiaro: la legalità non è un concetto astratto, ma la cura quotidiana del proprio territorio.
