Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori
C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui il cuore si ferma per una frazione di secondo: è l’attimo in cui vediamo nostro figlio commettere un passo falso, prendere un brutto voto, subire una battuta d’arresto o fare una scelta avventata. Il primo impulso — viscerale e protettivo — è correre ai ripari, anticipare il problema, metterlo al sicuro.
Eppure, la scienza, le neuroscienze, la psicologa e la pedagogia ci dicono una verità tanto scomoda quanto fondamentale: sbagliare non è sempre indice di un fallimento, ma una tappa obbligata della crescita. Soprattutto durante l’adolescenza, l’errore è il più potente (e a volte doloroso) motore di apprendimento che esista.
Per comprendere i ragazzi, dobbiamo prima di tutto comprendere il loro cervello. Contrariamente a quanto si possa pensare, lo sviluppo cerebrale non si conclude con la nascita o l’infanzia, ma prosegue a lungo: il cervello umano termina di maturare intorno ai vent’anni (anche se tanti cambiamenti proseguono fino alla morte).
In particolare, le strutture legate alla pianificazione, al controllo degli impulsi e alla gestione dei comportamenti trovano la loro massima evoluzione nella maturazione del lobo frontale. Questa area ha strette e complesse connessioni con strutture più profonde e nascoste, che ricoprono un ruolo chiave nell’elaborazione, nella comprensione e nell’espressione delle emozioni.
Ciò significa che, soprattutto durante l’adolescenza (tra i 13 e i 18 anni circa), le ragazze e i ragazzi sono biologicamente più esposti al rischio di agire d’impulso, senza riuscire a valutare appieno le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni. Non lo fanno per “dispetto” o per negligenza: il loro sistema di controllo è letteralmente un cantiere aperto.
Nonostante questa naturale predisposizione all’esplorazione e al rischio, nella società odierna si tende a fare una pericolosa confusione. Si vorrebbero figli sempre performanti, eccellenti, impeccabili.
Come ricordano psicologi e pedagogisti, preservare costantemente i giovani dall’errore e pretendere l’eccellenza a tutti i costi è altamente deleterio. I ragazzi finiscono così per diventare vittime delle aspettative degli adulti, accumulando un carico di ansia e insicurezza che mina la loro stabilità psico-emotiva.
Prendono un brutto voto? Può capitare, e serve a ridimensionare le cose. Vengono rimandati a settembre? Se questo momento di crisi viene accolto come un’occasione per ripartire daccapo, fare un esame di coscienza e migliorarsi, può trasformarsi in una preziosa opportunità di crescita.
Il vero nodo della questione, spesso, non riguarda i ragazzi. Spesso i giovani superano l’incidente di percorso molto più facilmente di noi adulti. Siamo noi che dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità, con le nostre insicurezze sulle capacità genitoriali e con il giudizio invisibile (ma pesante) della società intorno a noi.
💡 I consigli dell’esperto
Per accompagnare davvero i nostri figli verso l’età adulta, è necessario un profondo cambio di passo educativo. Ecco tre possibili direzioni da seguire:
-Smettere di vedere l’errore come qualcosa di unicamente negativo. L’errore è un dato di realtà, un feedback che ci dice dove indirizzare le energie. Senza inciampi, non esiste vera autonomia.
-Imparare, come adulti, a tollerare la frustrazione. Dobbiamo accettare l’idea di non poter (e non dover) racchiudere i nostri figli in una campana di vetro. Proteggerli da ogni dolore significa, di fatto, privarli degli anticorpi emotivi di cui avranno bisogno da grandi.
-Abbandonare il modello del “genitore spazzaneve” o “elicottero”. Quei genitori cioè che spianano continuamente la strada per timore che i figli soffrano, o che ronzano incessantemente sopra di loro pronti a intervenire. Ricordiamoci che, in educazione, più pressiamo e controlliamo, più rischiamo di ottenere effetti avversi, spegnendo l’iniziativa personale e la resilienza dei nostri ragazzi.
Lasciamo che i nostri figli sperimentino il peso delle proprie scelte, restando lì a guardarli — pronti a tendere una mano se cadono, ma abbastanza forti da lasciarli prima camminare da soli.
