Sempre più giovani utilizzano i chatbot anche per parlare di emozioni e problemi personali. Il punto non è demonizzare la tecnologia, ma comprendere quale spazio stia occupando nelle nostre relazioni.
di Claudio Belardo
L’intelligenza artificiale non viene più utilizzata soltanto per cercare informazioni, tradurre un testo o svolgere un compito. Sempre più spesso le persone, soprattutto i più giovani, si rivolgono a un chatbot anche per raccontare una preoccupazione, chiedere un consiglio o esprimere qualcosa che non riescono a condividere facilmente con gli altri.
Un’indagine nazionale promossa da INDIRE e dal Festival dell’Innovazione Scolastica, realizzata nel 2026 coinvolgendo oltre 5.300 studenti, ha rilevato che il 53% dei partecipanti si è rivolto almeno una volta all’intelligenza artificiale per sfogarsi o affrontare un problema personale. Il dato proviene da un campione di convenienza e non può essere automaticamente esteso a tutti gli studenti italiani, ma segnala comunque un fenomeno che merita attenzione.
La domanda, quindi, non è più soltanto quanto utilizziamo l’intelligenza artificiale, ma quale posto le stiamo assegnando nella nostra vita emotiva.
Un interlocutore sempre disponibile
Un chatbot risponde immediatamente, non appare stanco, non interrompe e non sembra giudicare. Questa disponibilità può essere percepita come rassicurante, soprattutto da chi teme di non essere compreso, prova imbarazzo nel raccontarsi oppure attraversa un momento di solitudine.
Mettere in parole quello che si prova può aiutare a fare ordine nei pensieri. Anche una conversazione con l’intelligenza artificiale può offrire spunti, informazioni generali o domande sulle quali riflettere. Sarebbe quindi semplicistico descrivere ogni utilizzo come necessariamente negativo.
Occorre però mantenere una distinzione fondamentale: un sistema artificiale può produrre risposte che appaiono empatiche, ma non è una persona, non prova emozioni e non costruisce una relazione basata sulla reciprocità e sulla responsabilità umana. Ciò che percepiamo come comprensione nasce dall’elaborazione di parole e modelli linguistici. Una risposta può sembrare appropriata e rassicurante, senza essere necessariamente corretta o adeguata alla situazione concreta di chi la riceve.
Il rischio di ricevere soltanto risposte rassicuranti
Le relazioni umane non sono sempre comode. Gli altri possono esprimere un’opinione differente, porre un limite, farci riflettere o aiutarci a osservare una situazione da un punto di vista inatteso. Se una persona cerca prevalentemente interlocutori digitali capaci di offrire risposte immediate e apparentemente comprensive, potrebbe progressivamente trovare più difficile affrontare l’incertezza, il confronto e la frustrazione presenti nelle relazioni reali.
Questo non significa che parlare con un chatbot determini automaticamente isolamento o dipendenza. Gli effetti possono variare in base all’età, alla frequenza di utilizzo, alle finalità, alla condizione personale e alla presenza o meno di relazioni significative nella vita quotidiana.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha recentemente richiamato l’attenzione sui possibili rischi di dipendenza emotiva e isolamento connessi ai chatbot che simulano rapporti personali, sottolineando contemporaneamente che i divieti, da soli, non sono sufficienti. È necessaria un’educazione digitale che coinvolga famiglie, scuola e società.
Non vietare, ma educare
Impedire completamente ai ragazzi di utilizzare l’intelligenza artificiale non sembra una risposta sufficiente. La tecnologia è già presente nello studio, nel lavoro e nella comunicazione quotidiana. L’obiettivo dovrebbe essere quello di insegnare a utilizzarla in modo consapevole, critico e proporzionato.
Gli adulti possono accompagnare i più giovani ponendo alcune domande semplici:
- Finalità: Per quale motivo stai utilizzando il chatbot?
- Verifica: Le informazioni ricevute sono state verificate?
- Sostituzione: Questa conversazione ti sta aiutando a riflettere oppure sta sostituendo il confronto con le persone?
- Privacy: Stai condividendo dati personali, immagini o informazioni riservate?
- Fiducia: Ti sentiresti libero di parlarne anche con qualcuno di cui ti fidi?
È importante evitare interrogatori, derisione o reazioni allarmistiche. Un ragazzo che si confida con l’intelligenza artificiale potrebbe non aver bisogno di un divieto immediato, ma di trovare un adulto disponibile ad ascoltarlo senza minimizzare ciò che prova.
I segnali da non ignorare
Un utilizzo frequente non costituisce, di per sé, una diagnosi o la prova di un problema psicologico. Può tuttavia essere opportuno prestare attenzione quando la persona mostra determinati comportamenti:
- Isolamento: Riduce sensibilmente i rapporti con amici e familiari.
- Esclusività: Preferisce sistematicamente il chatbot a qualsiasi confronto umano.
- Dipendenza: Prova forte agitazione quando non può utilizzarlo.
- Delega: Affida all’intelligenza artificiale decisioni importanti riguardanti salute, sicurezza o relazioni.
- Esposizione: Condivide informazioni particolarmente intime senza considerare la tutela della propria privacy.
- Compromissione: Manifesta un disagio persistente che interferisce con lo studio, il lavoro, il sonno o la vita quotidiana.
Questi elementi devono essere osservati nel loro insieme e nel contesto della persona. Non consentono valutazioni automatiche né diagnosi a distanza.
La tecnologia può rispondere, ma la relazione umana resta un’altra cosa
L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento utile, se impiegato con consapevolezza. Può facilitare l’accesso alle informazioni, suggerire domande e aiutare a organizzare un pensiero. Non dovrebbe però diventare l’unico luogo nel quale una persona cerca ascolto, conferme o indicazioni sulle proprie scelte.
Il vero tema non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. La domanda da porci è un’altra: la stiamo usando per ampliare le nostre possibilità oppure per evitare progressivamente il confronto con gli altri? Una tecnologia capace di formulare risposte può accompagnare una riflessione. L’incontro umano, invece, comporta presenza, responsabilità, reciprocità e riconoscimento dell’unicità della persona.
Educare all’intelligenza artificiale significa anche imparare a riconoscerne i limiti. Significa sapere quando una risposta digitale può essere sufficiente e quando, invece, abbiamo bisogno di parlare con una persona reale.
L’ANGOLO DEL LETTORE
E tu affideresti a un’intelligenza artificiale un problema che non riesci a raccontare a nessuno? Raccontaci la tua opinione nei commenti.
L’Autore
Dott. Claudio Belardo – Psicologo, iscritto all’Albo degli Psicologi della Campania (Sezione A, n. 10728).
Per approfondimenti e contatti, è possibile visitare il sito web ufficiale: https://www.claudiobelardo.it/
Nota informativa: Il presente articolo ha finalità esclusivamente divulgative e informative. Le considerazioni proposte sono di carattere generale, non consentono valutazioni sul singolo caso e non sostituiscono una consulenza psicologica individuale. In presenza di un disagio significativo o persistente è opportuno rivolgersi a un professionista qualificato.
