Un settore simbolo del Made in Italy, un’eccellenza conosciuta in tutto il mondo, oggi fa i conti con un problema sempre più evidente: la mancanza di manodopera.
Nella filiera della mozzarella di bufala campana, trovare casari e addetti è diventato difficile. Un lavoro duro, che richiede sacrificio, orari impegnativi e una dedizione che sempre meno giovani sembrano disposti ad accettare. Le giornate iniziano prima dell’alba, spesso già alle quattro del mattino, perché gli animali e la produzione non conoscono pause.
A confermarlo è Domenico Raimondo, alla guida del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop. Una vita fatta di passione, spiega, ma anche di rinunce, che oggi fatica ad attirare nuove generazioni.
Eppure i numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale: circa 1,4 miliardi di euro di valore, con il 35% della produzione destinata all’estero. I principali mercati sono Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna. Un pilastro economico che rischia, però, di perdere forza nel tempo.
Il problema non è immediato, ma la direzione è chiara. Se la carenza di personale continuerà, il sistema dovrà cambiare. Tra le ipotesi, anche quella di affidare parte della produzione a tecnologie avanzate, fino all’utilizzo di robot e intelligenza artificiale.
Nel frattempo, il Consorzio cerca di correre ai ripari. Dal 2017 è attiva una scuola di formazione per nuovi casari e per l’aggiornamento degli operatori della filiera. Sono circa cento quelli formati finora: alcuni inseriti nelle aziende, altri diventati imprenditori, altri ancora impegnati in territori diversi.
Ma la formazione da sola non basta. Secondo gli operatori del settore, serve un intervento più ampio: rendere il lavoro più attrattivo anche dal punto di vista economico, aumentando i salari e riducendo il peso di tasse e contributi.
Una sfida che riguarda non solo il futuro di una professione, ma quello di una delle produzioni italiane più rappresentative nel mondo.
