A distanza di oltre un anno, per i lavoratori dei servizi di pulizia dello Stadio del Nuoto la situazione non è cambiata nella sostanza: il lavoro non c’è, la stabilità nemmeno.
Sono padri e madri di famiglia che da dodici mesi vivono una condizione di incertezza economica e personale sempre più pesante. La ricollocazione temporanea annunciata, i tavoli tecnici, le verifiche amministrative e i passaggi burocratici non si sono tradotti in una risposta stabile e concreta per tutti. Nel frattempo, la quotidianità è fatta di attese, di redditi mancanti, di difficoltà che si accumulano mese dopo mese.
Lo Stadio del Nuoto resta chiuso per criticità strutturali e impiantistiche, mentre il percorso di riqualificazione procede tra iter istituzionali e conferenze di servizi. Ma sul piano umano la distanza tra i tempi della macchina amministrativa e quelli delle famiglie coinvolte è diventata ormai evidente e difficile da ignorare.
Dietro ogni rinvio, ogni passaggio tecnico, ogni fase procedurale, ci sono persone che hanno sempre lavorato e che oggi si trovano a fare i conti con una realtà semplice e dura: vivere senza uno stipendio stabile per mesi non è sostenibile.
Non è più solo una questione amministrativa o progettuale. È una questione sociale concreta, che pesa sulle spalle di chi deve mantenere figli, pagare bollette, affrontare spese quotidiane senza certezze.
E mentre si parla di riqualificazione e futuro dell’impianto, resta un presente che non può più essere rimandato: da un anno intero, queste famiglie aspettano ancora una cosa sola — tornare a lavorare.
