Sono passati 36 anni dalla scomparsa di Pasqualino Porfidia, 8 anni, svanito nel nulla il 7 maggio 1990 a Marcianise. Tre decenni e oltre che non hanno portato chiarezza, ma solo una sensazione sempre più difficile da sostenere: quella di una verità rimasta sospesa troppo a lungo, tra errori, ritardi e silenzi che pesano quanto l’assenza stessa del bambino.
Pasqualino viene visto per l’ultima volta su una panchina tra via Arno e via Tevere, in una mattina che non lasciava presagire nulla. Il paese è impegnato nel voto amministrativo, la quotidianità scorre. Poi, improvvisamente, il vuoto. Nessun grido, nessuna corsa, nessuna traccia immediata da seguire. Solo la sparizione di un bambino nel cuore di una giornata normale.
Le ore successive avrebbero potuto essere decisive. E invece si perdono. L’allarme della famiglia non viene affrontato con l’urgenza necessaria, si ipotizza un allontanamento, si minimizza ciò che non andava minimizzato. Ogni minuto che passa allontana Pasqualino un po’ di più da chi lo cerca.
Quando le ricerche si attivano davvero, è già tardi. Si battono strade, campagne, periferie. Si cerca ovunque, ma senza una direzione precisa, senza una pista forte, senza quel punto fermo che in questi casi fa la differenza tra la speranza e la disperazione.
Negli anni emergono ipotesi dure, difficili da accettare. Si parla di rapimento, si affacciano scenari inquietanti, si raccolgono testimonianze che avrebbero meritato risposte più rapide e profonde. Ma tutto resta frammentato, incompleto, mai davvero chiuso. Il caso si spezza in pezzi che non tornano mai insieme.
Nel 2012 una lettera riapre tutto con violenza emotiva. Le parole di un giovane suicida raccontano abusi subiti nello stesso periodo e nello stesso territorio. È un dolore che arriva da lontano e che riporta tutto a quel 1990. Ma anche questa volta la verità non si lascia raggiungere.
Nel 2014 un ritrovamento nei pressi di un campo da calcio accende per un momento la speranza. Poi si spegne: non è Pasqualino. E resta di nuovo il silenzio, ancora più pesante perché riaperto e subito richiuso.
Oggi, dopo 36 anni, la storia di Pasqualino Porfidia non è solo un caso irrisolto. È il racconto di un’assenza che non smette di fare male, di un bambino che non ha avuto giustizia e di una famiglia che non ha mai smesso di aspettare una risposta che non è arrivata.
E resta una verità semplice e crudele: non è passato solo il tempo. È passata anche la possibilità di restituirgli la verità che merita.
