Caserta. Sulla carta doveva essere un esempio di mobilità moderna, sostenibile e civile. Nella realtà, la pista ciclabile ritratta in questa immagine sembra più un esperimento di archeologia urbana: una struttura che esiste, ma che nessuno sembra ricordarsi di dover mantenere.
I separatori in gomma, pensati per proteggere i ciclisti dal traffico, sono sparsi come valigie dimenticate dopo un trasloco. Alcuni sono storti, altri spostati, altri ancora sembrano aver semplicemente deciso di arrendersi alla gravità e alla disattenzione generale. Più che una pista ciclabile protetta, sembra un percorso a ostacoli.
La vernice rosso e blu sull’asfalto resiste eroicamente, come se volesse ricordare a tutti che lì sotto, teoricamente, esiste ancora una corsia dedicata alle biciclette. Peccato che intorno il contesto racconti tutt’altra storia: foglie accumulate, erbacce che spuntano dove vogliono e marciapiedi lasciati alla crescita spontanea della flora locale.
L’impressione è quella di un’opera inaugurata con entusiasmo, forse con qualche foto, qualche discorso e magari pure un taglio del nastro. Poi, come spesso accade, cala il silenzio: niente manutenzione, pochi controlli e la natura — insieme all’incuria — che riprende lentamente possesso dello spazio.
Il risultato? Una pista ciclabile che dovrebbe promuovere sicurezza e mobilità sostenibile, ma che oggi sembra più una metafora perfetta della gestione urbana: fare, inaugurare, dimenticare.
E così, mentre le erbacce crescono e i separatori si spostano, il messaggio implicito sembra essere uno solo: la sostenibilità sì, ma senza disturbare troppo la manutenzione.
