Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori
La perdita di una gravidanza, indipendentemente dall’epoca gestazionale, rappresenta un evento luttuoso profondo e talvolta silenzioso. Spesso la società tende a sminuire questo dolore, etichettandolo come una “perdita precoce” o un evento superabile con facilità, ma dal punto di vista psicologico ed emotivo la realtà è radicalmente diversa. Per una madre e un padre, quel feto non è semplicemente un progetto futuro, ma una presenza già amata, un figlio a tutti gli effetti con cui si è già instaurato un legame.
Tale forma di perdita viene comunemente chiamata “lutto perinatale” e si caratterizza da un dolore sperimentato in seguito alla perdita di un bambino a causa di aborto spontaneo, ovvero perdita precoce involontaria a meno di 20 settimane di gestazione, natimortalità (più di 20 settimane di gestazione) o perdita neonatale (fino a 28 giorni dopo il parto) ma è un fenomeno visibile anche quando l’interruzione di gravidanza è volontaria. Secondo alcuni ricercatori, come Kersting & Wagner (2012) un normale processo di lutto prevede che il dolore diminuisca entro i 2 anni successivi alla perdita del bambino. Tuttavia, il notevole impatto psicologico può perdurare oltre e assumere configurazioni più complesse come stress post-traumatico, depressione, ansia, panico e disturbi del sonno.
Il lutto perinatale è un lutto complesso perché privo di ricordi condivisi e di una memoria sociale tangibile: non ci sono foto, compleanni o oggetti che testimonino quella vita agli occhi del mondo. Questo costringe spesso i genitori a vivere il proprio dolore in solitudine, sentendosi incompresi o invalidati nel loro dolore. La madre può sperimentare non solo il trauma emotivo, ma anche uno sconvolgimento a livello ormonale improvviso che amplifica il senso di vuoto, la tristezza profonda, i sensi di colpa ingiustificati e, non di rado, sintomi ansiosi o depressivi.
Parallelamente, il vissuto dei padri viene spesso dimenticato. Spinto da un retaggio culturale che impone all’uomo di essere forte e di sostenere la partner, il padre tende a reprimere il proprio dolore, mascherandolo dietro un eccessivo senso di protezione o isolandosi. Eppure, anche per lui la perdita è reale: crollano i sogni di genitorialità appena costruiti e si sperimenta un profondo senso di impotenza. Riconoscere la dignità di questo dolore, legittimare le lacrime di entrambi e dare voce a una sofferenza spesso taciuta è il primo, fondamentale passo per elaborare il lutto e iniziare, lentamente, a guarire.
Il consiglio dell’esperto
Il consiglio più prezioso che mi sento di dare ai genitori che attraversano questo dolore è di non isolarsi e di non sminuire ciò che provano. Permettetevi di piangere, di parlare del vostro bambino e di dare un nome a quello che è stato, perché il dolore ha bisogno di essere accolto e non soffocato. Non abbiate timore di chiedere un supporto psicologico specialistico: elaborare un lutto perinatale non significa dimenticare, ma trovare un nuovo modo per custodire quell’amore.
Per chi sente il bisogno di trovare uno spazio di ascolto condiviso, esistono diverse realtà associative in Italia che offrono gruppi di mutuo aiuto e supporto psicologico tra cui: CiaoLapo ETS e Associazione Italiana Lutto Perinatale AILPe .
Dott.ssa Nadia Ersilia Atzori
