Qualche giorno fa avevamo messo nero su bianco una situazione già allora evidente: il capolinea di Pinetamare era in condizioni critiche, tra disorganizzazione, spazi occupati e totale assenza di una gestione minima del servizio. Oggi, 21 giugno, la realtà ha semplicemente fatto un passo ulteriore: peggiorare. Nel punto nevralgico di Viale delle Acacie, dove dovrebbe svolgersi regolarmente il capolinea e la fermata degli autobus di linea, i mezzi pubblici si sono trovati ancora una volta nell’impossibilità di effettuare correttamente sosta e manovra. Tradotto: un servizio pubblico essenziale viene di fatto messo in ginocchio da una situazione che si trascina da tempo senza alcuna soluzione concreta. Come volevasi dimostrare. A Pinetamare non siamo più di fronte a una criticità, ma a una condizione strutturale di disordine. Un capolinea che dovrebbe rappresentare un’infrastruttura base della mobilità locale è diventato un punto in cui le regole sembrano opzionali e gli spazi destinati al trasporto pubblico vengono sistematicamente compromessi. Il risultato è paradossale ma ormai abituale: gli autobus devono adattarsi al caos, non il contrario. Manovre difficoltose, accessi ostruiti, tempi allungati e un servizio che inevitabilmente ricade su chi viaggia, su chi lavora e su chi ogni giorno pretende solo una cosa semplice: che il trasporto pubblico funzioni. E mentre si continuano a pronunciare parole come “rilancio”, “sviluppo” e “valorizzazione del territorio”, la realtà è che qui non si riesce nemmeno a garantire il livello minimo di funzionalità di un capolinea. Non un progetto ambizioso, non un’opera complessa: semplicemente uno spazio libero per far entrare e uscire un autobus. Siamo al punto in cui non serve più nemmeno segnalare il problema come novità. Perché non è più una novità. È una costante. Qualche giorno fa avevamo denunciato una situazione già grave. Oggi siamo costretti a constatare che non solo non è cambiato nulla, ma si è arrivati all’ennesima conferma di una gestione assente, incapace di garantire perfino l’ordine elementare di un capolinea. E la domanda, ormai inevitabile, è sempre la stessa: quanto deve ancora peggiorare la situazione prima che qualcuno decida di intervenire davvero?

