Caserta si sveglia ancora una volta più povera. Più povera di decoro, di rispetto, di senso civico. La fontanina di Piazza Sant’Anna, bene semplice ma essenziale per residenti e passanti, è stata danneggiata — e tutto lascia pensare all’ennesimo atto vandalico.
Non è solo una fontana. È un simbolo quotidiano di civiltà: un punto d’acqua, un servizio pubblico, un piccolo presidio di vivibilità urbana. Colpirla significa colpire tutti.
Chi distrugge questi beni non sta facendo una bravata. Sta scegliendo consapevolmente di degradare il luogo in cui vive. Sta dicendo, nei fatti, che lo spazio pubblico non vale nulla. E il problema è proprio questo: l’idea diffusa che ciò che è di tutti non sia di nessuno.
L’episodio di Piazza Sant’Anna non arriva isolato. Negli ultimi mesi, Caserta ha già dovuto fare i conti con atti simili: fontane danneggiate, arredi distrutti, spazi lasciati all’incuria o alla violenza gratuita. Una sequenza che non può più essere liquidata come semplice “teppismo”.
Qui c’è una questione culturale, prima ancora che di ordine pubblico.
Serve una risposta chiara. Servono controlli, certo. Ma serve soprattutto un’assunzione collettiva di responsabilità. Perché una città che tollera questi gesti è una città che lentamente si arrende.
E invece Caserta non può permetterselo.
Ripristinare la fontanina sarà necessario. Ma non basta. Senza un cambio di mentalità, ogni intervento sarà solo temporaneo, ogni riparazione destinata a diventare l’anticamera del prossimo danno.
La domanda vera è un’altra: quanto ancora siamo disposti a vedere distrutto, prima di reagire davvero?
