Guido è stato ucciso. Un’altra persona senza dimora è stata trovata morta al Monumento ai Caduti. Due morti diverse, due tragedie che meritano la stessa attenzione. E invece del secondo uomo si è parlato pochissimo, quasi nulla. Non è morto solo Guido. È una precisazione che sembra doverosa, persino banale, eppure evidentemente non lo è. Ad agosto Caserta ha visto morire due persone senza dimora. Guido è stato ucciso, vittima di una violenza che ha scosso l’opinione pubblica. L’altra persona, invece, è morta al Monumento ai Caduti, dopo aver vissuto per strada. E su questa seconda morte è sceso un silenzio assordante. Non sappiamo, almeno pubblicamente, quale sia stata la causa esatta del decesso. Fame? Caldo? Disidratazione? Una condizione di salute ormai compromessa? Saranno gli accertamenti a stabilirlo, se verranno resi noti. Ma una cosa la sappiamo: un’altra persona è morta mentre viveva per strada. E questo dovrebbe bastare per porre delle domande. Due morti, due attenzioni diverse. La morte di Guido ha giustamente provocato indignazione. Quando una persona viene ammazzata, la comunità reagisce, le istituzioni intervengono, i giornali raccontano, l’opinione pubblica discute. Ma cosa succede quando una persona muore lentamente nell’indifferenza? Quando non c’è un assassino da indicare? Quando non c’è una scena del crimine? Quando non c’è una storia che esplode sui social? Quando un uomo senza casa muore semplicemente lì dove era costretto a vivere: per strada? Chi racconta quella morte? È questa la domanda che Caserta dovrebbe porsi. Perché anche quella persona aveva un nome. Aveva una storia. Aveva avuto una vita prima di diventare, agli occhi di molti, soltanto “un clochard”. Il caldo non può diventare una spiegazione facile
In questi casi bisogna essere molto cauti. Non si può stabilire che una persona sia morta per disidratazione o per il caldo senza accertamenti. Ma proprio per questo servirebbe chiarezza. Se un uomo che viveva per strada viene trovato morto nel pieno dell’estate, la città dovrebbe chiedersi in quali condizioni viveva, se fosse conosciuto dai servizi sociali, se avesse ricevuto assistenza e se qualcuno avesse provato a intercettare la sua situazione di fragilità. Non per cercare a tutti i costi un colpevole. Ma per capire se qualcosa poteva essere fatto prima. La morte di un invisibile non può essere una morte invisibile. È forse questa la parte più dolorosa. Guido è stato ucciso e la sua morte ha avuto un’eco enorme. L’altro uomo è morto e quasi nessuno ne parla. Ma la dignità di una persona non può dipendere dalla modalità con cui muore. Un omicidio è una tragedia. Morire soli, senza una casa, senza qualcuno accanto e senza che la propria morte riesca a scuotere la coscienza collettiva è un’altra tragedia. E non dovrebbe essere meno importante. Chi vive per strada non può essere ricordato soltanto quando muore. La domanda, allora, non riguarda soltanto ciò che è successo ad agosto. Riguarda ciò che succede prima. Quante sono le persone senza dimora che vivono oggi a Caserta? Quante vengono seguite dai servizi? Quanti posti di accoglienza sono disponibili? Quante persone vengono raggiunte dalle unità di strada? E soprattutto: quante persone conosciamo soltanto perché, un giorno, le troviamo morte?
Questa non è una polemica contro chi ha raccontato la morte di Guido. Quella vicenda meritava attenzione e giustizia.
È una domanda rivolta a tutti noi: perché l’altra morte non ha avuto la stessa voce? Guido non deve essere dimenticato. Ma nemmeno quell’altro uomo. Perché una città civile non dovrebbe avere bisogno di un assassinio per accorgersi di chi vive ai suoi margini.
Due persone senza dimora sono morte ad agosto. Una è stata uccisa. L’altra è morta per strada, e sulla causa del decesso restano interrogativi. Ma entrambe meritano di essere ricordate.
E forse, soprattutto, meritano che qualcuno si chieda perché erano lì.
