Il termine hikikomori (dal giapponese “stare in disparte, isolarsi”) è stato coniato dallo psichiatra Tamaki Saito nel 1998 per descrivere una condizione di estremo isolamento sociale. Si manifesta quando un individuo, tipicamente adolescente o giovane adulto, interrompe ogni contatto con il mondo esterno, abbandonando la scuola o il lavoro per rinchiudersi nella propria abitazione per un periodo superiore ai sei mesi. Sebbene non sia ancora una diagnosi psichiatrica formale, il Ministero della Salute giapponese ha già stabilito linee guida per il trattamento, distinguendo tra una forma primaria (il cui ritiro non è originato da nessuna psicopatologia preesistente) e una forma secondaria (correlate a patologie preesistenti) rifacendosi ad uno studio di Mami Suwa e Koichi Hara, due ricercatori dell’Università di Nagoya. Nel DSM-5-TR (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), pubblicato nel 2022, l’hikikomori è inserito nella sezione III Misure e modelli emergenti nel capitolo Cultura e diagnosi psichiatrica, enfatizzando il fenomeno culturale di disagio.
Le origini del fenomeno sono complesse e multifattoriali. Sebbene sia nato come espressione del forte perfezionismo sociale e della pressione familiare tipici della cultura giapponese, oggi è un problema globale. Alla base del ritiro si celano spesso il senso di inadeguatezza, il trauma del bullismo (o cyberbullismo) e l’incapacità di rispondere alle alte aspettative del contesto di riferimento. La casa diventa così l’unico “rifugio sicuro” da un mondo percepito come ostile e giudicante. È importante sottolineare che sono pochissimi i casi in cui vi è una dipendenza da internet. Anzi, il computer funge da porta verso il mondo esterno e consente, in molti casi, di mantenere dei legami con chi “è fuori” da quella stanza.
Il consiglio dell’esperta
Se notate che un giovane sta iniziando a diradare i contatti sociali, non forzate mai un rientro immediato e traumatico alla normalità. Il mio consiglio è di mantenere aperto un “canale di ascolto non invasivo”: la priorità non è il ritorno a scuola o al lavoro, ma il recupero di una connessione emotiva. Spesso, dietro il silenzio, c’è un estremo bisogno di sentirsi accolti per ciò che si è, e non per ciò che si produce. Chiedete aiuto a uno specialista prima che l’isolamento diventi totalizzante. Chiedete aiuto alle associazioni di familiari che possono sostenervi e guidarvi. La più nota è l’Associazione Hikikomori Italia.
Dott.ssa Nardia Ersilia Atzori
