Caserta si distingue in un panorama imprenditoriale italiano sempre più segnato dall’invecchiamento dei vertici aziendali. Secondo un’analisi di InfoCamere relativa al periodo 2015-2025, elaborata dal Sole 24 Ore, la provincia campana rientra tra quelle con la più alta presenza di manager under 30, insieme a territori come Vibo Valentia, Nuoro e Sondrio.
Un dato che, a prima vista, racconta una storia diversa rispetto al resto del Paese: quella di un tessuto produttivo che, almeno in parte, riesce ancora ad aprire le porte alle nuove generazioni. Un risultato favorito soprattutto dalla struttura economica locale, fatta di piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, dove il ricambio avviene più rapidamente e dove i giovani possono assumere ruoli di responsabilità già nelle prime fasi della carriera.
Tuttavia, dietro questa fotografia incoraggiante, si nasconde una realtà più complessa e, per certi versi, contraddittoria.
A livello nazionale, infatti, il quadro è molto diverso. Su circa 8,7 milioni di persone che ricoprono cariche societarie, il 15% ha più di 70 anni, in aumento rispetto all’11,6% registrato nel 2015. Una crescita significativa che evidenzia come il potere decisionale nelle imprese italiane sia sempre più concentrato nelle mani delle fasce più mature.
Parallelamente, gli under 30 sono in forte diminuzione: in dieci anni si registra un calo del 23,8%, passando da oltre 446mila a circa 340mila. Un dato che non viene compensato da nuovi ingressi e che segnala una difficoltà strutturale del sistema nel rinnovarsi.
“Il dato casertano è sicuramente positivo, ma va interpretato con cautela,” spiega un analista del sistema camerale. “Non basta avere più giovani nei ruoli aziendali, bisogna capire quanto questi giovani incidano davvero sulle scelte strategiche.”
Ed è proprio qui che emergono le prime criticità. Anche nel casertano, infatti, il ricambio generazionale appare incompleto. I giovani entrano nelle imprese, spesso grazie a dinamiche familiari o a percorsi di autoimprenditorialità, ma raramente riescono a esercitare un’influenza reale nei processi decisionali.
“C’è una differenza sostanziale tra presenza e potere,” osserva un consulente aziendale attivo nel Mezzogiorno. “In molti casi gli under 30 hanno ruoli formalmente rilevanti, ma restano esclusi dalle scelte più importanti, che continuano a essere nelle mani delle generazioni più anziane.”
Il risultato è un sistema che, pur apparendo aperto, fatica a rinnovarsi davvero.
A rendere ancora più fragile questo equilibrio è il crollo della fascia intermedia, quella compresa tra i 30 e i 49 anni. In dieci anni questa componente si è ridotta di oltre il 30%, creando un vuoto significativo all’interno delle strutture aziendali.
“L’assenza della fascia intermedia è uno dei problemi più gravi,” sottolinea un docente di economia d’impresa. “Questa generazione dovrebbe rappresentare il ponte tra esperienza e innovazione, ma la sua riduzione rende più difficile il trasferimento delle competenze e la continuità nella gestione.”
Si crea così una sorta di polarizzazione: da un lato i giovani, dall’altro gli over 50, con sempre meno figure in grado di fare da raccordo. Una dinamica che rischia di compromettere la solidità e la competitività delle imprese nel medio-lungo periodo.
Il fenomeno è particolarmente evidente nelle aziende a conduzione familiare, che rappresentano una parte rilevante del tessuto economico italiano e casertano. In questi contesti, il passaggio generazionale è spesso rallentato da fattori culturali e relazionali.
“Il passaggio di testimone è ancora vissuto come un momento critico,” afferma un esperto di governance aziendale. “Molti imprenditori tendono a mantenere il controllo anche in età avanzata, per timore di perdere stabilità o per mancanza di fiducia nelle nuove generazioni.”
Una scelta che nel breve periodo può garantire continuità, ma che nel lungo rischia di frenare l’innovazione e di limitare la capacità delle imprese di adattarsi ai cambiamenti del mercato.
Nel Mezzogiorno, e in particolare in Campania, si aggiunge un ulteriore elemento di complessità: la fuga dei talenti. Nonostante una maggiore presenza di giovani nelle cariche societarie, molti di loro scelgono di lasciare il territorio per cercare opportunità altrove, sia nel Nord Italia sia all’estero.
“Il Sud continua a formare competenze di qualità, ma fatica a trattenerle,” evidenzia un rappresentante di un’associazione di giovani imprenditori. “Senza un ecosistema favorevole – fatto di infrastrutture, accesso al credito e reti professionali – il rischio è quello di perdere capitale umano fondamentale per lo sviluppo.”
In questo contesto, il dato positivo di Caserta assume un valore ancora più significativo, ma anche più fragile. La presenza di giovani nei ruoli aziendali rappresenta una base su cui costruire, ma non è sufficiente da sola a garantire crescita e competitività.
Un ulteriore elemento da considerare riguarda la qualità dell’occupazione giovanile. Non tutti i ruoli ricoperti dagli under 30 sono infatti caratterizzati da stabilità o reale autonomia decisionale. In molti casi si tratta di incarichi legati a microimprese o attività con margini ridotti, che faticano a competere su scala più ampia.
“La sfida non è solo quantitativa ma qualitativa,” sottolinea un esperto di sviluppo territoriale. “Bisogna creare le condizioni perché i giovani possano guidare imprese solide, innovative e capaci di stare sul mercato.”
La vera sfida è dunque trasformare questa presenza in un motore di sviluppo reale, capace di incidere sulle strategie, sull’innovazione e sulla capacità delle imprese di affrontare le trasformazioni economiche in corso, dalla digitalizzazione alla transizione ecologica.
“Servono politiche mirate e un cambio di mentalità,” conclude l’analista. “Bisogna creare condizioni che permettano ai giovani non solo di entrare nelle imprese, ma di guidarle. Questo significa investire nella formazione, facilitare il passaggio generazionale e incentivare modelli di governance più aperti.”
Caserta, oggi, dimostra che un’alternativa è possibile. Ma senza interventi strutturali e una visione di lungo periodo, il rischio è che questo vantaggio si riduca progressivamente, fino a scomparire.
Perché il futuro delle imprese – non solo nel casertano, ma in tutta Italia – dipenderà sempre di più dalla capacità di dare spazio, fiducia e responsabilità a chi oggi rappresenta il cambiamento.
