Il tecnico Espinal non si nasconde dopo il pareggio subito al 94’ e, alla vigilia della sfida con la Cavese, chiede ai suoi una risposta soprattutto sul piano mentale. La delusione è ancora presente, ma deve trasformarsi in energia e consapevolezza. «Essere raggiunti al novantaquattresimo è una cosa che fa male e non la voglio più sentire», spiega il mister. «Non voglio più deludere le persone che fino a quel momento gioivano, come anche noi. Quindi anche noi la viviamo male». Ma quello che conta, adesso, è ripartire: «Io vorrei una partita di un certo tipo, come so che possono fare, come hanno anche dimostrato in altre partite». Il tecnico torna poi sul percorso di crescita della squadra e sui concetti di gioco che sta cercando di trasmettere. Un lavoro che, secondo lui, necessita soprattutto di tempo per diventare parte della personalità dei giocatori. «Il tipo di gioco che propongo è un gioco territoriale, dove tutti devono portare qualcosa e tutti devono ragionare nello stesso modo. Nel momento in cui capita un episodio negativo e questo mina una certezza del giocatore, lui può rifugiarsi in quello che magari faceva prima. E questo fa saltare un po’ tutti i meccanismi». Non è dunque soltanto una questione tattica. «Questo tipo di modo di giocare richiede tempo, ma non nell’eseguire. Richiede tempo perché entri nella personalità, nel coraggio, nel credere insieme. È un gioco in cui devi relazionarti con tante persone». Il tecnico insiste anche sulla gestione dei momenti difficili: «Devi leggere la situazione di gioco, essere coraggioso, non farti portare dall’ansia e dalla pressione». Un altro aspetto sul quale lavorare riguarda la compattezza della squadra. «Quando magari una parte della squadra pensa di poter continuare e l’altra si ritrae, si crea quell’effetto di allungamento. È una cosa sulla quale dobbiamo migliorare». Il mister, però, non vuole cancellare quanto di buono è stato fatto. «Quelle ottime cose le abbiamo viste anche in tante altre partite. Questo è il mio cruccio. Io voglio far capire che quelle cose devono diventare una costante».
«Voglio conoscere tutti i giocatori»
Spazio anche alla gestione della rosa. L’obiettivo è portare tutti i giocatori dentro i meccanismi della squadra: «Il discorso è cercare di portarli tutti a un livello e poi scegliere». Per il tecnico, infatti, le partite servono anche a conoscere realmente i giocatori: «Conosci i giocatori soltanto se li fai giocare. Io ho sempre detto che per me le partite erano importanti». E non soltanto per le qualità tecniche: «Anche nel merito della leadership, di chi si prende la responsabilità, di chi acquisisce consapevolezza di gruppo. Poi, a un certo punto, uno zoccolo duro arriverà».
Cavese, attenzione alle transizioni
Sulla prossima avversaria il tecnico ha le idee chiare: «La Cavese è una squadra molto intensa, che lavora tanto nella profondità. Ha attaccanti molto disponibili e in transizione è una squadra molto brava». Per questo servirà una squadra corta e capace di gestire il pallone: «Dobbiamo avere la capacità di gestire bene la palla e di non allungarci, perché altrimenti creiamo spazi buoni per il loro tipo di gioco».
«Non possiamo farci portare via quello che costruiamo»
Il problema dei gol incassati nei minuti finali è inevitabilmente tornato al centro della discussione. Il tecnico parla di un aspetto sul quale sta lavorando anche dal punto di vista mentale. «Sto lavorando sul fatto di non farsi portare via quello che costruisci, di non far sì che poi il risultato devasti il loro lavoro». E aggiunge: «Per costruire, per fare determinate cose in un certo modo, servono fatica e sforzo fisico e mentale. Non bisogna cullarsi pensando che tanto ci sarà sempre un’altra occasione». La ricetta è chiara: «Ci vogliono allenamento, grinta e fame. Poi le qualità che abbiamo daranno quel surplus alla squadra». Infine, il rapporto con i tifosi e i fischi al termine dell’ultima gara. Il tecnico non cerca alibi: «È comprensibile la frustrazione. Se la gente si sente di fischiare, è giusto che lo faccia». Ma precisa: «La frustrazione non posso scaricarla sui ragazzi. Il mio ruolo è quello di prendermi le responsabilità». E conclude con una promessa: «Io so che devo lavorare e tirare fuori il massimo da questi ragazzi. Mi impegnerò fin quando sarò qui a farlo».
