Lucia Cerullo
Riceviamo e pubblichiamo
Il proscioglimento del colonnello dei Carabinieri Fabio Cagnazzo, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo, restituisce un dato giuridico preciso: l’estraneità ai fatti contestati. Ma il punto non è solo la decisione del giudice; è ciò che accade nell’abisso temporale che precede quella decisione.
Tra l’avvio di un’indagine e un proscioglimento possono trascorrere anni e nel caso Cagnazzo ne sono trascorsi ben 14. In quell’intermezzo si consuma un processo parallelo, silenzioso ma potentissimo: il processo sociale.
Da criminologa, ritengo che siamo di fronte a un fenomeno ben noto: la sedimentazione del sospetto. Quando un soggetto entra in un procedimento penale, specialmente in un caso dall’altissimo valore simbolico come quello Vassallo, smette di essere percepito come “persona sottoposta a indagine”. Viene progressivamente identificato con il fatto stesso.
Il sospetto non resta un’ipotesi di lavoro; diventa narrazione. E la narrazione, col tempo, si cristallizza in identità. È qui che emerge il vero nodo critico: l’assoluzione non ha la stessa forza criminologica dell’accusa.
L’accusa scrive sul marmo, l’assoluzione scrive sulla sabbia. L’una irrompe e occupa lo spazio pubblico; l’altra arriva in un contesto già saturo, spesso incapace di ripristinare l’equilibrio iniziale.
Il “Bug” del sistema: l’irreversibilità dello stigma
Nella mia analisi criminologica, il caso Cagnazzo mette a nudo un bug strutturale del nostro ordinamento mediatico-giudiziario. Il sistema penale è programmato per accertare la verità, ma non possiede una funzione di “ripristino” per la reputazione e la vita privata.
Questo produce un effetto studiato nei processi di etichettamento sociale: la permanenza dello stigma anche in presenza di innocenza accertata. Sul piano sociale, l’assolto continua a essere percepito come “quello coinvolto in…”, subendo una serie di danni collaterali:
Compressione della credibilità professionale, una carriera che entra in una zona grigia di congelamento reputazionale. Erosione del sistema relazionale, una pressione che colpisce la famiglia e i figli, trasformando la quotidianità in una sospensione della normalità che può durare anni. Impatto psicologico, il tempo dell’indagine non è neutro; è un tempo che incide, modifica e lascia tracce spesso irreversibili.
È qui che si consuma, di fatto, una forma di pena anticipata, non giuridica ma sociale, che precede e talvolta sopravvive alla stessa decisione giudiziaria.
La presunzione di innocenza rischia di restare un principio confinato nei codici se non viene sostenuta da un cambio di passo culturale e comunicativo. Finché il sospetto avrà mediaticamente più forza della sua smentita, continueremo ad assistere a un paradosso democratico: persone assolte che restano, in parte, socialmente imputate.
Il proscioglimento del colonnello Cagnazzo ristabilisce la verità processuale, ma impone una riflessione che, da criminologa, ritengo non più rinviabile: quanto costa, davvero, essere innocenti dopo essere stati accusati?
La giustizia può arrivare, ma non sempre riesce a restituire tutto ciò che il sospetto ha già sottratto.
