Una vicenda amministrativa durata anni, segnata da ritardi nei pagamenti, accumulo di interessi e un doppio passaggio nelle aule giudiziarie. Si chiude con un esborso complessivo superiore ai 56mila euro il caso relativo al servizio mensa negli ospedali dell’ASL di Caserta.
A ricostruire nel dettaglio quanto accaduto è una determina dirigenziale con cui l’ente sanitario ha formalmente disposto il pagamento delle somme residue dovute alla società EP S.p.A., affidataria del servizio di ristorazione per i degenti
Il rapporto tra l’ASL e la società prende avvio il 1° ottobre 2015, con l’attivazione del servizio mensa nelle strutture ospedaliere. Il contratto iniziale prevedeva una durata triennale, con scadenza al 30 settembre 2018, successivamente prorogata per ulteriori quattro mesi.
Nel 2019 la stessa società, in associazione temporanea di imprese, si aggiudica una nuova gara regionale indetta da So.Re.Sa., formalizzata con convenzione sottoscritta il 26 luglio. Da quel momento, il servizio prosegue senza soluzione di continuità.
È nella fase esecutiva del rapporto che emergono le criticità. Secondo quanto riportato negli atti interni dell’ASL, le fatture emesse tra il 2015 e il 2023 vengono saldate con ritardi sistematici rispetto ai termini contrattuali fissati in 60 giorni.
Una situazione che, come si legge nella documentazione, ha comportato “la maturazione di interessi moratori per il protrarsi dei tempi di liquidazione oltre i limiti previsti”.
Non si tratta quindi di episodi isolati, ma di una dinamica che si è ripetuta nel tempo, incidendo progressivamente sull’importo complessivo dovuto.
Il punto di svolta arriva nel 2025, quando la società decide di tutelare il proprio credito ricorrendo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il giudice accoglie la richiesta e, con decreto ingiuntivo n. 1345/2025 notificato il 22 ottobre, dispone il pagamento di 53.650,05 euro a titolo di interessi, oltre alle spese legali.
All’interno dell’ASL, la questione viene affidata agli uffici legali per valutare un’eventuale opposizione. Tuttavia, nella relazione interna viene evidenziato che “la pretesa creditoria risulta correttamente quantificata”, escludendo quindi la convenienza di un contenzioso.
Una scelta che, almeno formalmente, riconosce la fondatezza del debito.
I pagamenti parziali e il ritardo nel saldo
Nonostante il riconoscimento della legittimità della richiesta, il pagamento non avviene nei tempi previsti dal decreto. Viene liquidata inizialmente solo una somma limitata, pari a 1.284,99 euro, seguita – nei mesi successivi – dal pagamento delle spese legali per 3.089,93 euro.
Rimane invece insoluta la quota principale del debito.
Una situazione che si protrae anche oltre i termini previsti dalla legge. Come emerge dagli atti, infatti, “trascorso il termine di 120 giorni dalla notifica del decreto, la posizione debitoria non risulta integralmente definita”.
Il mancato adempimento porta a un nuovo sviluppo giudiziario. Il 20 febbraio 2026 la società presenta ricorso per ottemperanza al TAR Campania, chiedendo l’esecuzione del decreto ingiuntivo ormai definitivo.
Nel ricorso viene anche prospettata la nomina di un commissario ad acta, ovvero un soggetto incaricato di sostituirsi all’amministrazione in caso di persistente inadempienza.
Un passaggio che segna un ulteriore livello di criticità nella gestione della vicenda.
A seguito del ricorso, gli uffici dell’ASL avviano una ricognizione interna per ricostruire con precisione la situazione contabile. Dalla verifica emerge che la somma principale non è stata ancora corrisposta, fatta eccezione per gli importi già liquidati.
Il debito residuo viene quindi quantificato in 52.365,06 euro.
A tale importo si aggiungono ulteriori competenze legali maturate nella fase di giudizio amministrativo. In particolare, il legale della società presenta una richiesta pari a 3.890,08 euro per l’attività svolta dinanzi al TAR.
Di fronte al rischio di un ulteriore aggravio di spese e all’eventualità della nomina di un commissario ad acta, l’ASL decide di procedere alla definizione della controversia.
Nella determina conclusiva si dispone il pagamento della somma residua “a titolo di sorta capitale”, oltre alle ulteriori competenze legali maturate nella fase di ottemperanza.
Una decisione che consente di chiudere il contenzioso, evitando ulteriori sviluppi giudiziari.
Il costo complessivo e le implicazioni
Il totale dell’esborso supera così i 56mila euro, interamente a carico delle casse pubbliche. Una cifra che, come evidenziato negli atti, deriva esclusivamente da interessi e spese legali maturati a causa dei ritardi nei pagamenti.
La vicenda, pur trovando una conclusione sul piano amministrativo, richiama l’attenzione sull’impatto che la gestione delle tempistiche di pagamento può avere nei rapporti tra pubblica amministrazione e fornitori.
Come spesso accade in questi casi, il costo finale non riguarda il servizio in sé, ma le conseguenze del mancato rispetto delle scadenze.
E proprio su questo punto si concentra il dato più rilevante: una gestione non tempestiva dei pagamenti può tradursi, nel tempo, in un incremento significativo della spesa pubblica, con effetti che si riflettono sull’intero sistema.
