Il 15 marzo alle ore 19, all’Henna Teatro e Arte di Santa Maria Capua Vetere, la collina più
celebre della poesia e della musica tornerà a parlare. Non con un sussurro polveroso, ma con voce,
corde e luce.
Si intitola “Le parole di Spoon River” lo spettacolo sperimentale di divulgazione poetica e musicale
ideato e scritto da Gianrenzo Orbassano, che lo porta in scena come voce narrante accanto alla
chitarra di Eugenio Suppa, con la regia luci di Luigi Altarelli. Un progetto che intreccia letteratura e
canzone d’autore, creando un dialogo serrato tra testi e note, memoria e presente.
Al centro, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters: un cimitero che è in realtà un coro.
Dalle lapidi emergono vite minime e immense, confessioni, rimpianti, rivendicazioni. Quelle stesse
voci che Fabrizio De André trasformò in canzoni nell’album Non al denaro non all’amore né al
cielo, restituendo loro carne musicale e una nuova stagione di ascolto.
La recitazione dei testi di Masters si alterna all’esecuzione dei brani di De André, ma non si tratta
di un semplice omaggio o di una lettura accompagnata. Orbassano e Suppa costruiscono un
percorso di divulgazione che illumina il significato umano e simbolico dei personaggi della collina,
senza scivolare nella spiegazione scolastica o nel giudizio morale.
Le domande che abitano lo spettacolo sono tutt’altro che sepolte: che cos’è la follia quando lo
sguardo non coincide con quello della massa? Che volto assume il potere quando decide il destino
degli altri? Quanto può essere fragile, violento, irripetibile l’amore? E la libertà è forse il coraggio
di restare fedeli alle proprie inclinazioni, anche quando il mondo chiede altro?
“Le parole di Spoon River” si muove su questo crinale sottile: restituire profondità in un’epoca che
consuma la parola come un prodotto a scadenza breve. Qui, invece, la parola viene rimessa al
centro della scena e dell’ascolto, come una brace che non ha mai smesso di ardere sotto la cenere
del tempo.
Tra proiezioni, luci e intrecci sonori, lo spettacolo diventa un ponte. Da un lato l’America di inizio
Novecento, dall’altro il nostro presente inquieto. In mezzo, lo spettatore, chiamato non solo ad
assistere ma ad attraversare quei testi, a sostarvi dentro, a lasciarsi interrogare.
